Marco Orsi e il suo movimento Senza Zaino per una Scuola Comunità

Il maestro e dirigente scolastico Marco Orsi in pensione dall’ anno passato sta dedicandosi ora a tempo pieno alla sua innovativa scelta di scuola: il movimento  Senza Zaino, che ha promosso, ideato e fondato con altri insegnanti e dirigenti. Ha raccontato a Insegnanti al Microfono la sua formazione di pedagogista e sociologo, e quando è nata l’dea di quel movimento innovativo che prende il nome di “Senza Zaino per una Scuola Comunità ”. Nel 1998 infatti elaborò e dette il via al progetto  “Giornata della Responsabilità” dove si pensava e organizzava una giornata di scuola in modo che andasse avanti senza l’intervento dell’insegnante, per cui gli alunni, dopo aver condiviso gli obiettivi e le attività, diventavano i protagonisti  lavorando in autonomia.

Riprendendo le idee di Maria Montessori, il maestro Marco ha pensato ad una scuola dove l’adulto non deve togliere gli ostacoli al bambino, non deve facilitargli troppo la strada e il cammino, ma piuttosto deve aiutarlo a superarli trovando il percorso migliore.

Non esiste apprendimento senza assunzione di rischio. Non esiste in nessun ambito di vita la situazione del rischio zero. Ovviamente l’educatore deve commisurare l’ostacolo all’età, alla capacità di chi lo deve affrontare. Da quella Giornata ha pensato, sempre insieme ad alcuni insegnanti e dirigenti, di proporre quel tipo di impostazione per tutto l’anno. Arricchendosi anche di esperienze viste all’estero, ad esempio in Scozia, Inghilterra e in Norvegia, il dirigente Marco Orsi ha elaborato con il suo gruppo una scuola centrata sulla responsabilità degli alunni.

Nel  2002 scrisse un libro criticando l’uso della fotocopiatrice per le attività didattiche  e constatando che lo zaino è anche un elemento a volte poco sano per la schiena e il fisico dei bambini, nonché un alibi per non attrezzare gli spazi scolastici. Da lì l’approccio innovativo sia nell’arredamento scolastico (no alla cattedra, no allo zaino, no banchi monoposto) che nella gestione didattica (agorà, lavoro in gruppo, personalizzazione, aree di lavoro, ecc) e nelle metodologie, improntate quest’ultime alla cooperazione e alla differenziazione dell’insegnamento.

Nel suo libro Uno zaino troppo pesante, dimostra come la piccole scuole hanno un’efficacia didattica molto maggiore in quanto  sono comunità effettive capaci di sviluppare un apprendimento efficace. Negli Stati Uniti si parla infatti delle small schools come realtà vitali dal punto di vista formativo.

Il movimento Senza Zaino pone in essere molti dei suggerimenti dellApprendimento situato e delle Comunità di pratica. Anche la strategia di accoglienza  è una modalità molto seguita dal Dirigente Orsi, così da aiutare i nuovi docenti ad inserirsi.

Il movimento propone la  pianificazione della lezione piuttosto che la programmazione. Si punta inoltre a fare in modo che i bambini abbiano tanti spazi di autonomia, così da lavorare da soli, in coppia è in gruppo. Attualmente si sta  valorizzando la strategia della gamification, cioè imparare giocando e quella che si ispira al modello dell’artigiano, considerando la  manualità ovvero la dimensione tattile, che non deve scomparire con l’avvento del digitale.

Secondo Orsi la scuola italiana dovrebbe maggiormente collaborare con gli attori e i soggetti attorno alla scuola, inserirsi nel territorio, intrecciarsi con altre iniziative e attività, promuovere in una parola la comunità educante. Insomma serve abbattere i muri per valorizzare il paesaggio dell’apprendimento.

Federica Patti: tecnologia e manualità per la didattica a scuola

La prof.ssa Federica Patti è un’architetta che dopo la laurea, e dieci anni di libera professione, non avrebbe mai immaginato di insegnare nella scuola media e che insegnare sarebbe stato così bello. Chiamata per una supplenza la prima volta nel settembre del 2011, ne è rimasta così affascinata che non l’ha più mollata. Oggi dice che non tornerebbe mai indietro a fare la libera professione o a insegnare all’università, come ha fatto per qualche anno.

Le piace la cosiddetta scuola media, in quanto hai la responsabilità di centinaia di adolescenti nella fase fondamentale della loro crescita. Questo compito è appagante e impagabile.

Purtroppo la fatica è quella di essere ancora precaria, e ogni anno dover cambiare scuola e classi. Non ha la fortuna o la opportunità di entrare in una classe già conosciuta, lasciata a Giugno e ripresa a Settembre.

E’ però convinta che questa precarietà abbia anche un risvolto positivo: si conoscono tante comunità scolastiche diverse, colleghi con stili e approcci variegati, dirigenti scolastici con metodo di governo e didattico differente.

Ha nove classi che vede due ore a settimana ognuna, e quindi incontra tante ragazze e ragazzi, e con la sua materia cerca sempre di interessare e catturare la loro attenzione, anche se non sempre ci riesce (come tutti gli insegnanti). La Tecnologia la approccia a partire dalla storia, cioè la storia dell’evoluzione dell’Uomo e cerca di far comprendere agli studenti quanto ogni innovazione nella storia abbia avuto un impatto nella vita personale e sociale.

Unisce la tecnologia digitale a quella manuale. Li stimola facendoli disegnare a mano utilizzando la squadra, convinta che occorre continuare a coltivare e sviluppare la capcità tattile, visiva, manuale della disciplina e non solo usare Internet e gli specifici software di disegno.

Secondo la prof. sa Patti oggi c’è molta povertà di linguaggio e quando la tecnologia si stacca dal linguaggio, dal contesto storico, perde il suo valore e significato.

Lei non è preocciupata o angosciata di fare tante cose del programma, ma pianifica quelle attività che facciano ottenre competenze e capacità di riflessione sui problemi.

Afferma che lo zaino è la cartina tornasole della scuola media: il suo peso segnala quanto poco sia gestita la mattinata, le lezioni in modo collaborativo e coordinato. Oggi la scuola è molto segmentata.

Provoca anche affermando che il contratto dei docenti è una contraddizione, è anacronistico perchè pensato per una scuola e una società degli anni ’70, oggi molto diversa.

Un altro aspetto da cambiare è la mancanza di ‘passaggio di consegne’ tra colleghi, nel senso che chi lascia una classe non dà al collega entrante la consegna delle attività e obiettivi fatti e realizzati, si arriva senza saper nulla e si lascia senza spiegare ad altri il lavoro fatto.

Un’altra esperienza molto significativa per lei è stata l’insegnamento in carcere. Una realtà molto particolare che chiede impegno e competenze e attenzioni diverse, e premia con soddisfazioni diverse.

Infine il suo pensiero sulla valutazione riguarda tutto: il processo, il risultato, la tempistica delle consegne, il comportamento, lo stile e il metodo di lavoro. Così riesce ad avere alla fine dell’anno anche otto, nove valutazioni per alunno e alunna. Ed è molto critica anche sul sistema di reclutamento degli insegnanti: troppo riduttivo il concorso a crocette.

Nel suo caso dopo aver ottenuto anche un dottorato e aver insegnato tanti anni in classe, cosa dimostrare ancora di più?

Chiara Di Benedetto: la scuola come ricchezza quotidiana

La maestra Chiara Di Benedetto ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua iniziale esperienza nella scuola paritaria e da quest’anno nella scuola pubblica di Montesilvano.

Chiara vive la scuola come un destino che l’ha scelta e per cui ogni giorno l’incontro con i bambini la rende sempre migliore, non nel senso di perfezione ma di cambiamento e di riscoperta di se stessa anche nella propria vulnerabilità. Ogni giorno sente la responsabilità bella e importante di offrire ai bambini motivazione, conoscenza, abilità, maturità, gioia e serenità.

La didattica è ricerca continua di sapere chi si ha davanti e quali strumenti sono più adatti ai bambini.

Le piace la lettura con i bambini, costruire racconti fantastici e progetti matematici, fare laboratori e collaborare con le famiglie e i colleghi. Ha trovato una grande differenza tra la scuola paritaria e quella statale. Ha dovuto rimettersi in gioco nuovamente, in un contesto diverso.

Essere e fare l’insegnante significa rimettersi in discussione ogni giorno, attraverso la relazione innanzitutto con i bambini e poi con tutte le altre persone che ruotano attorno alla scuola. La relazione educativa è sempre basata su un equilibrio instabile, che va costruito e riassestato quotidianamente. Rivedere, risistemare la lezione per ricalibrare. I traguardi non sono semplici.

Ha introdotto sperimentazione matematiche perchè trovava in alcuni bambini si trovavano in difficoltà nell’apprendimento, così ha recuperato degli strumenti addirittura del 1600 che sono stati utilissimi per i bambini.

Cerca e cura molto la collaborazione con i genitori e il territorio per poter lavorare meglio con i bambini.

La scuola italiana, la scuola in generale, ti spinge a ricercare un qualcosa che la entusiasma e non è mai ripetitivo e meccanico

Ilaria Basile: maestra e formatrice

Ilaria Basile, nasce come formatrice e per tanti anni ha svolto questo ruolo di formazione e orientamento al mondo del lavoro. Ad Insegnanti al microfono ha raccontato che il suo sogno era di fare la maestra, e così è riuscita a coronarlo iniziando la sua carriera scolastica presso l’IC “Europa unita” di Arese, in provincia di Milano. specializzandosi sul sostegno e l’area dell’infanzia. Da quest’anno è stata distaccata al Provveditorato di Milano, per seguire l’area dell’orientamento al lavoro.

Secondo la sua esperienza diretta in classe, ha constatato che l’area dei Bisogni Educativi Speciali, occorre maggiore preparazione dei docenti, perchè non gli alunni BES non sono solo a carico dell’insegnante di sostegno, ma di tutto il corpo docenti. Occorre lavorare su tutta la gamma di Bisogni Speciali.

Un altro aspetto fondamentale del lavoro di docente è la capacità di collaborare, sia dentro al scuola sia fuori, nel territorio. In questa prospettiva anche la motivazione del docente è essenziale, in quanto lo rende più capace di insegnare, trasmettere, coinvolgere, relazionarsi. Un docente motivato “crea” uno studente motivato

Il ruolo dell’insegnante richiede non solo la formazione ma anche la capacità di relazione emotiva, di empatia con gli alunni e alunne. Deve capire la potenzialità e le caratteristiche di ciascun allievo così da fargli percorrere sentieri appropriati ed efficaci.

Nel suo lavoro quotidiano utilizza diverse metodologie, quali il cooperative learning, la classe aperta, il tuor tra pari e il coding. Tutti strumenti che rendono attivo lo studente e lo pongono al centro.

Il suo ruolo al Provveditorato le ha permesso di avere uno sguardo ampio sulle diverse scuole.

La scuola italiana, secondo Ilaria, ha nei docenti la sua risorsa principale, la sua forza. Tanti docenit appassionati e preparati nel loro lavoro. Dall’altra parte invece la scuola italian dovrebbe collaborare maggiormente con il territorio, con gli enti e le altre realtà educative del territorio.

Silvia Granucci: maestra nella scuola senza zaino e formatrice

La scuola primaria dove insegna Silvia Granucci, nella vicina periferia di Lucca, l’IC Lucca quinto, offre il tempo pieno e soprattutto è la scuola senza zaino del fondatore di questo movimento, il dirigente Marco Orsi. La maestra Silvia ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua esperienza di queta impostazione che si ispira al metodo di Maria Montessori. Un approccio che coinvolge gli alunni sia nelle metodologie che negli spazi. C’è l’agorà, uno spazio di condivisione e collaborazione. Poi un utilizzo molto ampio dei sensi e un grande lavoro sulla responsabilità e autonomia di ciascuno bambino e bambina. Ad esempio per il semplice fatto di andare in bagno, è posizionato un semaforo che deve essere gestito da ogni singolo alunno con i tempi e il proprio turno in riferimento agli altri non chiedendo l’intervento della maestra.

Tutta la scuola è senza zaino, chiamata così perchè nell’idea del fondatore la scuola era troppo piena e pesante, per cui doveva essere alleggerita.

Un aspetto molto importante dal punto di vista didattico è il fatto che il materiale e gli spazi sono condivisi, anche se con il Covid-19 purtroppo è stato tutto modificato e quasi annullato. Tutto è condiviso e quindi affidato alla responsabilità. Inoltre la scuola senza zaino è fortemente differenziata, per cui l’attività didattica della classe è molto flessibile e organizzata anche in gruppi diversi, cosicchè la maestra può gestire attività diverse in contemporanea, stando soprattutto a coordinare gli alunni.

La formazione di Silvia è stata inizialmente orientata all’impresa, in quanto laureatasi in Economia e Commercio per poter lavorare nell’azienda di famiglia, che ha seguito per diversi anni. Poi per motivi personali si è avvicinata alla scuola recuperando il suo diploma magistrale e integrandolo con ulteriori specifici percorsi formativi. Così si è innamorata dell’insegnamento, della relazione con i bambini, e porta in classe tutta la sua esperienza anche del settore e dell’impostazione imprenditoriale.

Il suo segreto è quello di appassionare e far sorridere e divertire i suoi alunni, che per loro significa concentrazione, impegno, passione, e risultati.

La scuola senza zaino, lavora a classi e porte aperte. Lei ha trovato una scuola troppo rigida e impacchettata. E troppo spesso un atteggiamento di lentezza da parte di alcuni insegnanti, che diventa pigrizia, poca responsabilità, poca efficienza.

Secondo Silvia manca nella scuola il momento di valutazione dei docenti. Si valutano gli studenti ma nessuno può giudicare l’operato, sia in classe sia tra colleghi, per migliorarlo e stimolarlo.

Fa parte anche del team della Scuola digitale e ha realizzato spettacoli ed eventi con il territorio con una forte collaborazione e aiuto da parte delle famiglie.

Dando uno sguardo alla scuola italiana, la maestra Silvia sottoililnea come risorse positive sia gli insegnanti che i dirigenti, dove si trovano tante persone appassionate, coinvolgenti, preparati.

Invece in negativo c’è il sistema scolastico che non funziona e troppe volte l’insegnamento è una seconda scelta o è utilizzato e pensato come un ammortizzatore sociale. Non c’è una vera autonomia, è solo apparente. Infine il percorso formativo universitario non è pienamente adeguato e orientato all’insegnamento, troppa distanza e distacco.

Asteria Bramati all’Itsos-MarieCurie di Cernusco: la neuropedagogia nella didattica

La prof.ssa Asteria Bramati, insegnante di Scienze umane presso l’IIS Itsos- M. Curie di Cernusco sul Naviglio, MI. Ha una lunga esperienza decennale nella scuola e nella sua specificità nel sostegno, come ha raccontato ad Insegnanti al microfono, ha incontrato una specifica disciplina: la neuropedagogia. Una disciplina innovativa e trasversale, che permette di approfondire e lavorare con tante altre materia scolastiche, quali la psicologia, la sociologia, la religione, la filosofia.

Oggi serve una scuola globale, invece la nostra scuola è fondata su un sapere specialistico. Servono contaminazioni tra i saperi, per questo la neuropedagogia aiuta a sviluppare questa prospettiva. Studiare il cervello nell’ottica della scuola, incuriosisce anche gli stessi studenti, che amano sapere come funziona il proprio cervello, anche alla luce delle nuove tecnologie che influenzano sull’operatività del cervello.

C’è il rischio di pensare che questo approccio sia troppo teorico e lontano dalla vita quotidiana della scuola. Invece i contributi di Giacomo Rizzolatti, famoso per la scoperta dei neuroni specchio, ci mostrano come la conoscenza non avviene solo col cervello ma anche col corpo, con tutta la nostra persona. Conoscere anche le idee di Vittorio Gallese, piuttosto di De Haan.

La neuropedagigia come dice la prof.sa Bramati “integra il sapere sociale-educativo della pedagogia e il sapere biologico della neurologia, alla luce dei processi storici, valoriali, filosofici, morali e spirituali; gli ambiti su cui si sviluppa sono molto articolati e spaziano dallo studio delle abilità di lettura e scrittura (Wolf, 2018), all’apprendimento musicale(Ashley, 2009), alle competenze matematiche (Dehaene, 2018).

Genitori e insegnanti si lamentano, spesso, della scarsa capacità di concentrazione dei loro figli e allievi. Conoscere come si sviluppa e funziona il cervello dei più giovani, può fornire delle utili indicazioni per migliorare l’attenzione dei giovani, anche, in ambito scolastico. Al centro della “rivoluzione neurocognitiva”(Oliverio, 2018) vi sono “le funzioni esecutive” , cioè l’insieme dei processi mentali che consentono ad una persona di esercitare forme di autocontrollo, di attenzione su un particolare compito, e infine, di trattenere in memoria una esperienza, traducendola, quando necessario, in azione.

Se è vero che la neuropedagogia fornisce, delle valide indicazioni metodologiche per aiutare a comprendere lo sviluppo cognitivo dei più giovani, é altrettanto vero, che “non esiste la risposta”(Gallese, 2019) le soluzioni pedagogiche sono plurime ed articolate, sta poi, all’insegnante renderle adeguate al contesto-classe e più efficienti”.

Per chi volesse approfondire i temi e condividere gli interessi e l’attività di Asteria, potete contattarla direttamante asteria.bramati@itsos-mariecurie.it

Per approfondimenti: http://www.anfis.it, http://www.oppi.it

Qui un suo contributo:

La neuropedagogia

“L’intelligenza non si costruisce dall’esterno: i bambini non sono dei vasi vuoti da modellare e riempire o specchi che riflettono passivamente l’esterno, ma, sono soggetti attivi che scelgono le immagini del mondo esterno essendo “prodigiosamente” capaci di impadronirsene grazie alla loro mente assorbente.” (M.Montessori, 1913).[1] Questa affermazione della pedagogista Maria Montessori ci fa capire come sia importante conoscere il funzionamento della mente dei giovani per costruire una azione didattica efficace e rispondente alle loro esigenze.

Le più moderne tecniche mediche consentono, sempre, di più di conoscere il funzionamento del cervello; sono, ormai, molti i consigli che le neuroscienze cognitive suggeriscono a chi si occupa di didattica. Dall’incontro tra le neuroscienze e l’educazione, sono nati diversi filoni di ricerca che vengono etichettati con il termine” neurodidattica”(Rivoltella, 2012)[2].

In particolare, Io mi propongo di diffondere la neuropedagogia. Essa integra il sapere sociale-educativo della pedagogia e il sapere biologico della neurologia, alla luce dei processi storici, valoriali, filosofici, morali e spirituali; gli ambiti su cui si sviluppa sono molto articolati e spaziano dallo studio delle abilità di lettura e scrittura (Wolf, 2018), all’apprendimento musicale(Ashley, 2009), alle competenze matematiche (Dehaene, 2018).

Genitori e insegnanti si lamentano, spesso, della scarsa capacità di concentrazione dei loro figli e allievi. Conoscere come si sviluppa e funziona il cervello dei più giovani, può fornire delle utili indicazioni per migliorare l’attenzione dei giovani, anche, in ambito scolastico. Al centro della “rivoluzione neurocognitiva”(Oliverio, 2018) vi sono “le funzioni esecutive” , cioè l’insieme dei processi mentali che consentono ad una persona di esercitare forme di autocontrollo, di attenzione su un particolare compito, e infine, di trattenere in memoria una esperienza, traducendola, quando necessario, in azione.

Se è vero che la neuropedagogia fornisce, delle valide indicazioni metodologiche per aiutare a comprendere lo sviluppo cognitivo dei più giovani, é altrettanto vero, che “non esiste la risposta”(Gallese, 2019) le soluzioni pedagogiche sono plurime ed articolate, sta poi, all’insegnante renderle adeguate al contesto-classe e più efficienti.”


[1]M. Montessori, Il segreto dell’infanzia, Garzanti, 2014

[2]P. C. Rivoltella, Neurodidattica, ed. Cortina, 2012

La gioia nell’osservare e nel comprendere è il dono più bello
della natura (A. Einstein)

di Asteria Bramati
Il cervello non è un computer, ma, se dovessimo paragonarlo ad
una macchina resteremmo impressionati dalla sua rapidità di
avviamento. Ciò è dovuto al fatto che il cervello è sempre in
movimento e vive di “momenti cognitivi” che gli permettono di
guidarci nelle decisioni che in ogni istante compiamo nella nostra
vita. La sua attività corrente può renderlo più sensibile ad uno stimolo esterno, e in tal caso si
parla di vigilanza, oppure a una conoscenza in entrata, e in tal caso si parla di risonanza
cognitiva, che ha luogo quando ciò che abbiamo appreso si inserisce perfettamente nei nostri
schemi di pensiero. All’inverso, quando ciò che abbiamo imparato entra in conflitto con i nostri
schemi di pensiero, si verifica la dissonanza cognitiva, che nuoce gravemente
all’apprendimento. Infine, nel caso in cui non sia ciò che abbiamo appreso, ma, sia
semplicemente lo stimolo sensoriale fuori della nostra attenzione, si parla di “cecità
attenzionale”.
L’esperimento del gorilla bianco
Un esempio molto noto ci fa capire quando si verifica quest’ultimo è l’esperimento del gorilla
bianco. Viene proposto un video in cui due squadre di basket, l’una in grigio l’altra in bianco,
fanno dei passaggi con la palla. Lo spettatore è invitato a contare il numero dei passaggi che fa
la squadra bianca. A un certo punto della partita, sul campo da gioco passa un uomo travestito
da gorilla bianco. Al termine del video, si comunica il numero esatto e si chiede se è stato
notato qualcosa di strano: la maggioranza dei soggetti non ha notato nulla, perché troppo
impegnata a contare i passaggi. Il loro cervello ha visto qualcosa, ma il compito che stava
svolgendo ha bloccato l’accesso di quell’informazione alla mente cosciente, che è uno spazio
limitato e ha bisogno di concentrazione per portare a compimento il compito che gli è stato
assegnato.
Come dimostra questo famoso esperimento, la mente umana è uno “spazio di lavoro” capace di
contenere una cosa sola alla volta. Un grande numero di oggetti mentali (o “noemi” li
chiamerebbe Husserl) combattono nella nostra mente una lotta incessante, che oggi avviene
soprattutto nella realtà virtuale-digitale.
Ma è solo uno il noema che può vincere e avere accesso alla coscienza. Questo oggetto
vincente può essere aiutato dalla nostra attenzione o da uno stimolo esterno. Giocare a scuola
su questo, cioè dare dei significati valoriali alle parole-vincenti è indispensabile, come ci insegna
il recente libro di Marco Balzano “Le parole sono importanti”, Einaudi 2019.
L’attenzione focalizzata e non focalizzata
Un altro riferimento pedagogico, oltre quello del gorilla bianco, che ci permette di capire come la
mente agisca è espressa da una bella metafora orientale. In questa metafora la mente viene
paragonata all’acqua. Essa può essere agitata o calma. Se immaginiamo la mente come il mare
e il messaggio come un’onda, in un mare agitato l’onda non lascerà alcuna traccia; in un mare
calmo verrà trasmessa perfettamente.
Se l’introspezione è un passo insostituibile per progredire nella conoscenza della mente,

l’attività mentale in sé non è cosciente, anzi è perlopiù inconscia,
perché la maggior parte delle azioni e delle decisioni sono automatiche
e incoscienti. Ma é solo grazie alla consapevolezza che possiamo
decidere come procedere,” dove mettere i piedi”. La coscienza ci dà
l’opportunità di compiere scelte e cambiamenti. Da qui l’importanza
anche nel contesto scolastico di incentrare l’azione didattica sulla
l’attenzione focalizzata, intesa come quella capacità di trasformare
l’informazione in consapevolezza. Essa ci permette di prendere
decisioni ponderate, mentre, monitoriamo la situazione con più
chiarezza per apportare modifiche con maggiore intenzionalità ed
efficacia.
Ma, come gli scienziati sottolineano, non bisogna trascurare il ruolo che
ha nel processo pedagogico anche l’attenzione non focalizzata: essa
indirizza i flussi di energia con modalità che non li fanno pervenire alla
coscienza, innescando una sorta di “pilota automatico”, permettendoci di compiere più azioni
contemporaneamente, di cui l’una a livello inconscio e l’altra a livello conscio.
Ecco un esempio per capire il suo funzionamento: se durante una passeggiata non
inciampiamo incontrando qualcuno è grazie al pilota automatico. Questa duplice azione di
camminare (senza inciampare) e parlare con qualcuno può essere compiuta poiché la mente
non conscia provvede a evitare gli ostacoli per aiutarci a sopravvivere lungo il percorso. La
dimensione non conscia della nostra mente effettua il monitoraggio del sentiero anche se la
nostra mente conscia. La consapevolezza presente in quel momento, non è occupata dalle
immagini visive del sentiero stesso: siamo occupati a parlare.
L’attenzione non focalizzata é un fattore molto importante che deve essere considerato quando
si costruisce l’azione didattica. Essa può influenzare il comportamento fino al punto di diventare
distrazione, come durante lo sforzo di rimanere concentrati. Gli studenti (come nell’esperimento
del gorilla bianco) sono spesso, vittima della distrazione, dettata dai ritmi dei loro dispositivi
elettronici che li guidano in un vortice di messaggi inconsci che li fanno “inciampare”. I loro
comportamenti sono guidati dall’attenzione non focalizzata.
Nella vita quotidiana sia l’attenzione focalizzata sia l’attenzione non focalizzata, comportano un
processo valutativo che attribuisce importanza ai pattern di energia e al valore informativo nel
loro emergere momento per momento. Bisogna fare capire ai giovani che entrambe sono
necessarie, per guidarci nelle nostre azioni e che deve esserci un giusto bilanciamento di
entrambe. Anche neurologicamente nel cervello le regioni deputate alla focalizzazione
dell’attenzione e all’importanza degli eventi sono interconnesse a livello sia strutturale sia
funzionale.
L’attenzione è direttamente influenzata da questo processo di valutazione, dalla salienza o dagli
eventi che accadano nella nostra vita. Per orientarci nel mondo dobbiamo agire in termini di
attenzione volontaria e non volontaria e tale meccanismo di monitoraggio avviene
automaticamente e momento per momento, senza che ci accorgiamo del suo funzionamento.
Facciamo un esempio: se ripensiamo a distanza di giorni a qualcosa che ci è capitato di
recente, come una discussione con una persona cara tornano alla mente, senza neppure
accorgersene, sia gli eventi (la routine) che ci sono capitati sia la discussione con i relativi
sentimenti che l’hanno accompagnata. In questo vediamo la distinzione tra consapevolezza e
attenzione.
Siamo costantemente impegnati nell’attenzione non focalizzata (il pilota automatico che ci guida
a fare le stesse azioni tutti i giorni) ma è invece la consapevolezza e la messa a fuoco di un
evento (in questo caso la discussione con una persona cara) che ci permette di conoscere e di
dare salienza (rilevanza) a ciò che viviamo.
I sentimenti catturano la nostra attenzione, portandoci a conoscere ed a apprendere. Gli
studenti conoscono tramite i sentimenti che gli vengono trasmessi. Lo stesso termine conoscere
fa riferimento ad una qualità sentita (felt) in noi stessi.
Gli scienziati (Damasio, 2018) sottolineano che questo sentire, il conoscere passa non solo
dalla nostra mente, ma, dall’intero corpo. All’interno del cervello è difatti presente il tronco
encefalico una parte, la più antica e posta in profondità, che riceve i primi input dei segnali
corporei e che permette di elaborare le informazioni-rappresentazioni che elabora la nostra
mente. La stessa parola informazione, (a scuola si trasmettono soprattutto informazioni) diventa

centrale. In-formazione significa (Singel, 2018) svelare l’informazione che abbiamo davanti e
stabilirne” l’importanza rispetto al viaggio che ci attende”. L’informazione é un pattern, uno
schema mentale dotato di valenza simbolica che ci permette di orientarci nel mare degli stimoli
sia fisici sia mentali (oggi soprattutto virtuali) che la nostra mente percepisce. Quando siamo
consapevoli dell’informazione, possiamo riflettere sul suo significato e scegliere come
rispondervi.
Il gorilla invisibile (tratto da “Imparare, comunicare, osservare”)
Video tratto da Lancini, Cirillo, Virdis – Imparare, comunicare, osservare, Zanichelli S.p.A., 2015
https://youtu.be/Y_fMXi2z1Zs
Il gorilla invisibile. E altri modi in cui le nostre intenzioni ci ingannano, di Christopher
Chabris,Daniel Simons, ed. il Sole 24 Ore , 2019

Maria Grazia Lancellotti, DS al liceo “Orazio”, scuola Green e il progetto “Il Civico Giusto” della memoria

La prof.sa Maria Grazia Lancellotti, come ha raccontato ad Insegnanti al microfono, è entrata nel mondo della scuola come insegnante di Lettere e Lingua Italiana per poi diventare Dirigente Scolastica in una scuola professionale e ora al liceo Orazio di Roma. La scelta di intraprendere l’avventura di DS nasceva dal desiderio di dare l’impronta a tutta una scuola non solo ad alcune singole classi, come avviene nel ruolo di insegnante. La sua visione di scuola è quella di una “realtà piena di senso e non di cose, che serve per formare dei cittadini e delle persone adulte dando a tutti le competenze trasversali e fondamentali per crescere bene”. La scuola deve perciò essere trasversale, non a compartimenti stagni. In questo senso la nuova disciplina di Educazione Civica ha aiutato a superare alcuni steccati tra le materie proponedo un percorso multidisciplinare, aperto a tante diverse discipline e contenuti.

L’esperienza della Educazione Civica e la pandemia hanno mostrato come il cambiamento non è sempre facile nè lineare nè immediato. Occorre che i docenti sappiano e vogliano osare, ma a volte hanno paura di farlo.

Occorre mettere gli studenti al centro e costruire la persona, accettando anche di sbagliare e quindi di ricominciare.

Al liceo Orazio, tra le tante inizitive, ci sono due progetti a cui la prof.sa Lancellotti tiene particolarmente.

Innanzitutto la rete delle scuole Green, dove il liceo è capofila e tra i fondatori, nata per la convinzione che “sia una priorità educativa far conoscere gli obiettivi dell’Agenda 2030 e promuovere azioni volte allo sviluppo sostenibile e rispettoso dell’ecosistema. Tale rete ritiene la scuola il luogo che, costitutivamente, ha nelle sue finalità la promozione della corretta informazione e della cultura e la formazione di cittadine e cittadini consapevoli e responsabili. In base all’accordo, tutte le istituzioni scolastiche aderenti, si impegnano ad approfondire i temi dell’ambiente, del cambiamento climatico e dell’educazione alla sostenibilità, promuovendo progetti di educazione ambientale e buone pratiche da sperimentare nel contesto scolastico”.

L’impatto dell’uomo sull’ambiente, antropocene, chiama tutti a maggiore attenzione, conoscenza e sensibilità

Una rete che nel tempo e velocemente si è allargata a tutta Italia e coinvolge centinaia di scuole. L’impegno è quello di impegnarsi con delle azioni concrete e fattibili sul tema del rispetto dell’ambiente, dell’ecosistema, del riciclo, di attività virtusoe per lottare contro i cambiamenti climatici.

L’altro progetto molto interessante si chiama “Il civico giusto“, nasce dalla considerazione che la memoria, il ricordo di persone e fatti, non può affidarsi solo al racconto, alla narrazione, ma che ha bisogno di simboli, di luoghi.

Durante l’occupazione nazifascista, a Roma, in Italia e in Europa, le persecuzioni costrinsero alla fuga e alla clandestinità centinaia di migliaia di persone. Per molte fu una tragica fuga a breve termine, stanate come prede spaurite, furono indirizzate verso i campi di lavoro, di concentramento, di sterminio.

Ma per altre ci fu una storia diversa. Una storia di fratellanza, di amore, di solidarietà che il nostro progetto intende celebrare e onorare raccontando e ricostruendo la vicenda di quanti accolsero queste persone, a volte sconosciute, nel cuore delle loro case, offrendo loro un nascondiglio e mezzi di sostentamento, rischiando la propria vita, senza chiedere nulla. Anche per lunghi mesi.

L’obiettivo è quindi quello di “segnare e riconoscere” in maniera tangibile, quelle case che, grazie al coraggio degli abitanti, sono stato il sicuro rifugio di chi veniva braccato dai nazifascisti.

Viene affissa una targa accanto al civico con un codice QR, per cui inquadrandolo si viene informati sulla storia e la persona.

Questo progetto, supportato da esperti storici e di altre discipline, ha permesso agli studenti di imparare tante competenze sia storiche che trasversali per poter cercare, indagare e raccontare queste storie.

Dando uno sguardo alla scuola italiana, secondo la prof. Lancellotti, bisognerebbe rivedere i curricula, i programmi/percorsi formativi dando maggiore flessibilità. Ma soprattutto bisognerebbe evitare di fare cambiamenti troppo frequentemente e senza lungo respiro. Troppo spesso la politica usa la scuola senza davvero migliorarla ma facendo solo cambiamenti di facciata che servono al consenso politico immediato. La scuola ha bisogno di vere e ampie riforme da preparare e ‘digerire’ con il tempo.

Teresa Goffredo DS al liceo “Galilei” di Lamezia Terme: scuola digitale, legalità, rete territoriale

La prof.ssa Teresa Goffredo, come ha raccontatato ad Insegnanti al microfono, ha sempre amato il suo lavoro nella scuola, prima come insegnante di lingua e letteratura inglese e poi come Dirigente Scolastico in diverse scuole superiori della provincia di Catanzaro. Ora è DS del liceo scientifico “Galileo Galilei” di Lamezia Terme (CZ). La sua passione educativa nel ruolo di dirigente le permette di ampliare il campo di azione didattico-educativa verso e con i ragazzi adolescenti e tutte le altre figure della scuola. Il suo grande impegno è di creare e rafforzare la collaborazione tra scuola, territorio, famiglie e altri enti perchè è convinta che solo insieme, in una rete efficace, si possono raggiungere importanti e significativi risultati.

Il suo liceo è scuola capofila del Premio “scuola digitale” del Ministero dell’Istruzione, che ogni anno mette al 1° premio 1000 euro per la scuola vincitrice, il 2° un kit di robotica e il 3° un dispositivo scelto a seconda dell’utilità del momento. La giuria è costituita da un tream di personalità di diverse competenze: un rappresentate delle istituzioni locali, dell’università, un esperto di digitale. Il Premio richiede agli studenti di lavorare su diversi settori e abilità, a seconda del progetto scelto di realizzare, per formare il buon cittadino. i prodotti realizzati e quindi le permette di attuare in rete diverse iniziative a favore non solo della sua scuola ma di tutto il territorio.

Il suo stimolo costante ai docenti è quello di superare un atteggiamento ‘cattedratico’, di sola lezione frontale e di ‘riversare’ sugli studenti informazioni e conoscenza ma cercare sempre metodi e approcci che siano un’epserienza, che siano coinvolgenti, che siano stiumolanti per gli alunni. Oggi i ragazzi sono e vivono in un contesto diverso rispetto al passato e quindi anche la didattica deve adeguarsi a loro, facendoli diventare più protagonisti. Anche se non è sempre facile.

Uno dei progetti più importanti è quello della legalità. Ogni anno gli studenti del biennio vengono coinvolti a riflettere e lavorare su questa tematica così importante per il territorio e la società

Ha attuato un gemellaggio con il liceo “Berto” di Mogliano Veneto (TV) con cui hanno fatto una bellissima esperienza sul tema della legalità con un viaggio a Palermo.

Altro progetto che coinvolge gli studenti per approcci innovativi che mettano al centro lo studente e i bisogni, valorizzando gli stili di apprendimento e lo spirito d’iniziativa per affrontare in maniera efficace e coinvolgente è quello denominato “Nessuno escluso”.

Daniele Manni: imprenditorialità, creatività e premi internazionali all’ITE “Galilei-Costa” di Lecce

Ascoltare il prof. Daniele Manni a Insegnanti al microfono si apre una finestra di novità, innovazione e audacia. Ha iniziato la sua vita lavorativa come imprenditore e poi incrociando la scuola, quasi per caso, ne è stato folgorato e si è innamorato dell’insegnamento e degli studenti. Così dal 1999 ha trasferito nelle sue lezioni lo spirito imprenditoriale che lo ha contraddistinto come formazione e vita professionale. Insegna informatica ma accompagna il suo metodo didattico con una sfida, un obiettivo di classe: inventare e realizzare una impresa, diventare quindi startupper. In questo modo dalla 1^ alla 4^ hanno da lavorare su quello che hanno scelto e che gli permette di crescere, sviluppare e scoprire quelle importanti competenze trasversali, definite anche ‘soft skills’: lavorare per obiettivi, rafforzare il team building, affrontare il problem solving, il successo e il fallimento. L’approccio all’imprenditorialità ha portato tanta soddisfazione agli studenti e diversi premi alla scuola. Alcuni dei premi ricevuti sono stati: il Global Teacher Price, il Global Teacher Award, il 1° posto nel 2020 del premio europeo delle startup studentesche con l’impresa Ma basta

“La scuola. dice il prof. Manni- dovrebbe avere tre finalità: offire stimoli agli studenti, e anche ai docenti; cogliere i segnali di passione, interesse e inclinazione personale degli studenti; fornire mezzi e strumenti, allenatori e sostenitori per far crescere le ragazze e ragazzi in età scolastica”.

Secondo il prof. Manni la scuola italiana non ha nulla da cambiare nè invidiare per i contenuti che propone, dovrebbe però porre più al centro lo studente e i suoi bisogni e caratteristiche. Dovrebbe essere più stundetecentrica, cioè in grado di formare e ritagliare sulle caratteristiche del singolo alunno e alunna un percorso che possa davvero far crescere, senza avere l’angoscia per il cosiddetto programma, che spesso non fa altro che rinchiudere e soffocare creatività, competenze trasversali e innovazione.

Vincenzo Pastore, insegnante e scrittore

Vincenzo Pastore è insegnante di scuola primaria di religione cattolica, precario come tanti altri insegnanti, ma non per questo meno appassionato e motivato a coinvolgere i suoi piccoli alunni nelle sue lezioni. Qui la mia intervista completa su Insegnanti al microfono Il suo ruolo professionale è soprattutto legato alla piccola età dei suoi alunni e alunne che nella fase così delicata della crescita umana e scolastica hanno spesso bisogno di una figura adulta, quasi un padre o madre, per poter apprendere in maniera serena e positiva.

La sua esperienza di insegnante in una scuola del Sud, rivela la grande mancanza di adeguamento delle infrastrutture scolastiche. La necessità di modernizzare e adeguare all’oggi gli edifici, le aule, gli strumenti tecnologici.

Il perido di lockdown ha spinto ancora maggiormente la didattica in modo attivo e interattivo e in Vincenzo la spinta decisiva a scrivere il suo romanzo un pò autobiograico e un pò storico: “Adriatica ’98“, un racconto di un giovane pugliese che ripercorrendo una parte della statale 19, la più lunga d’Italia, rivive diverse esperienze. Un’occasione epr riflettere su tanti temi della giovinezza.

Fare l’insegnante è una vocazione? La testimonianza di Barbara Falasca

Ho avuto la fortuna di incontrare diversi insegnanti per confrontarci sul tema della scuola. Uno dei temi che spesso mi incuriosisce è il motivo per cui una persona sceglie di fare l’insegnante di scuola. Può sembrare strano ma questa professione, uguale nella sua finalità, nasconde diverse ragioni personali, sociali economiche e valoriali. Basta conoscere o frequentare la scuola per capire quanto siano ampie e diversificate queste motivazioni. Questa differenza poi la si riscontra nei suoi effetti didattici e relazionali con gli studenti.

Qualcuno mi ha detto che fare l’insegnante è una questione di ‘vocazione’ cioè non di avere la semplice vogli adi lavorare per guadagnare e mettere in pratica le proprie competenze. Significa voler costruire ed entrare in una rete di relazioni, in pimis con gli alunni, ma poi con i colleghi, con le famiglie e col territorio, per poter educare le nuove generazioni. E’ un lavoro di grande responsabilità in quanto ognuno nel suo piccolo e per la sua parte, contribuisce a ‘costruire’ la struttura mentale, emotiva e caratteriale dei bambini e degli adolescenti. Non a caso la scuola è una dlle agenzie educative più importanti per costruire una società e un futuro per le persone.

Scegliere l’insegnamento siginifica porsi un qesta ottica, altrimenti credo di poter dire che una persona è fuori luogo, fuori posto. Ripiegare sull’insegnaento perchè apparentemente più comodo, semplice e con più tempo libero non porta da nessuna parte. Un sapere mnemonico o nozionistico, o una banale trasposizione dei contenuti nella testa dei discenti non ha vita lunga.

Credo non si scelga questa professione neanche per una semplice volontà di trasmettere un sapere. Oggigionro non basta, CI sono tanti strumenti e oppotuniutà per consoscere, la scuola è unica perchè coniuga la conoscenza con la persona, crea un ‘humus’ un contesto che deve o dovrebbe facilitare un movimento virtuoso tra insegnante, alunno, famiglia e territorio. Ognuno con il suo ruolo e tempo.

Quali competenze servono? DIfficile fare un elenco.

Iniziare da una maturitò afettiva del docente, che deve sapere stare al suo posto ma entrare in sinotnia con gli studenti.

Empatia, per capire lo stato d’animo di chi hai di fronte, e intercettarlo come forza postivia e fattore da ‘curare’

Conoscenza della propria disciplina, per trasmettren i contenuti e saper fare un continuo riferimento all’oggi e alla competenza critica.

Voglia di collaborare con gli altri colleghi e le famiglie, affinchè ci sia convergezna di obiettivi e strumenti

Curiosità per innovare la parte didattica, senza per forza rincorrere gli ultimi strumenti o metodi tecnologici, ma valutarli e soppersarli per il proprio contesto.

Capacità di resilienza, in quanto un giorni puoi essere alle stelle per il risultato ottenuto con gli alunni e il giorno dopo ti mandano ko per la loro negativa o indifferente reazione e partecipazione, quindi pazientare ed avere tenacia.

Fare il docente richiede capacità di adattarsi alle diverse situazioni umane, perchè ogni giorno ti confronti, e a volte scontri, con le persone con cui e per cui fai un percorso che senza doi loro non porta a nulla. La scuola esige la collaborazione di tutti, è un lavoro di squadra, altrimenti si fa molta fatica a raggiungere gli obiettivi educativi e formativi.

E’ triste, e a volte fa rabbia, vedere o intuire che qualcuno sceglie di fare lpinsegnante per ripiego, perchè pensa di avere più tempo libero per fare altre cose, per acvere il famigerato posto fisso. Lo vedi da come si atteggia con gli alunni, con i colleghi, con la scuola stessa.

Fare l’insegnante, di qualsiasi disciplina e ordine e grado di scuola, richiede anche tanta pazienza e desiderio di innovarsi sempre. Mai dare nulla per scontato e appreso una volta per semrpe, sai da parte degli studenti che del docente.

Credo anche che la scuola dovrebbe aiutare a trovare un metro di misurazione e valutazione sia degli alunni che degli insegnanti per poter valorizzare le eccellenze, le capacità e chi si impegna. Purtroppo spesso accade che da parte dei docenti, la differenza di impegno, capacità, competenza e preparazione non è valutata nè riconosciuta. Il famoso posto fisso può anche essere un tremendo e ingiusto livellatore, per cui tutti sono uguali, indipendentemente da quanto ti impegni,m raggiungi, contribuisce all’educazione dei ragazzie ragazze e al miglioramento della scuola stessa.

Qui per ascoltare la testimonianza di una insegnante che vive il suo lavoro come una vocazione: Barbara Falasca della provincia di Udine, https://www.spreaker.com/episode/44021254

Nuovo Ministro….vecchi tristi pregiudizi

Una grande attesa e fiducia ha preparato l’arrivo del nuovo governo di Mario Draghi. Tanto che in Parlamento si è vista una maggioranza quasi “bulgara”, tutti a votare la fiducia eccetto pochissime eccezzioni. Una tale ampiezza di consenso dovrebbe aiutare, speriamo, a fare le cose migliori per il nostro Paese.

Anche la scuola ha avuto il suo Ministro, nuovo in quanto tra quelli cambiati rispetto al precedente governo. Non è stato così per tutti i Dicasteri, quindi significa che Draghi vuole un cambio di passo e di direzione al Ministero della Istruzione. E’ arrivato un uomo di lunga e ampia esperienza, Patrizio Bianchi. Sono fiducioso che riuscirà a fare bene.

Ma la sua posizione su prolungare fino a fine giugno la scuola….non mi trova assolutamente d’accordo.

In questo momento e con questa situazione sono assolutamente convinto che la scuola debba avere maggiore rispetto e attenzione che non il suo semplice prolungamento. Come prima dichiarazione pubblica, non mi pare una bella presentazione.

Innazitutto una tale affermazione “recuperare il termpo perso” è offensiva di tutti coloro che finora hanno lavorato come e spesso più di prima per garantire un percorso più che sufficiente agli studenti, parlo almeno delle superiori e della mia epserienza. In DAD non è che non si sia fatto nulla, vacanza o chiacchere da bar. Ho sentito più di qualche professore affermare che il programma procede meglio del solito. Infatti se hai una classe presente in video, attenta e respnsabile a casa…..come inegnante lavori molto bene. Non hai tempi morti e ti concentri (a volte direi purtroppo) solo nella didattica e nei contenuti. Non è raro trovarsi “solo” a spiegare senza avere il tempo di dialogare con i ragazzi.

Ci sono studenti che in DAD hanno lavorato ore e ore tutti i pomeriggi per fare i cimpiti su classroom, per lavorare anche a distanza in gruppetti, per ricercare su Internet il materiale con cui elaboare scritti, commenti, riflessioni e approfondimenti.

Ho provato a chiedere ai miei quasi 400 studenti….e sono tutti arrabbiati se si dovesse arrivare a fine giugno. Si sentono presi in giro. Hanno lavorato tutti molto. Ovvio che qulacuno ha fatto il fannullone, ma non tutti.

E poi il fatto di stare collegati davanti ap PC o con lo smartphone, è smpre tempo impiegato, non siamo stati in vacanza al mare. E’ tempo ‘di lavoro’. Non basta dire che la DAD è tempo perso. Certamente le verificeh scritte sono problematiche, perchè è più facile poter copiare se non prendi misure corrette. Ma provate a chiedere ai miei alunni che fanno le verifiche con due schermi, uno che deve proiettare la loro stanza e uno che deve inquadrare tutta la loro scrivania di casa. Difficile copiare!!

Ancora una volta un messaggio molto negativo viene lanciato da un Ministro: il alvor degli insegnanti finora è stato vano, inutile, pedita di tempo. Eppure a scuola ci siamo andati, le spiegazioni le abbiamo fatte e i compiti e le interrogazioni anche programmate realizzate e corrette.

Prima di dire che ‘abbiamo perso tempo’, è meglio andare a vedere realmente cosa si fa a scuola in questo periodo!!

Ma davvero gli studenti vogliono ritornare in classe?

Si è parlato tanto , per mesi, della necessità per i ragazzi delle scuole superiori di ritornare in classe per riprendere la didattica in presenza. Si è criticato e avolte accusato i vari decisori politici di incapacità per non aver garantito questo diritto, per non aver fatto abbastanza per risolvere i problemi organizzativi. Anche i ragazzi della seconda e terza media, costretti a casa con la didattica a distanza, avevano risposta grandi speranze per rientrare in classe.

Adesso che quasi tutti gli studenti italiani sono ritornati a fare lezione in classe, se non ogni giorno, ma almeno al 50% dei giorni, la domanda che nasce ascoltando gli stessi alunni è questa: davvero ne avevno così bisogno a queste condizioni? Non potendo garantire una didattica in presenza completa, integrale e continuativa, qualcuno comincia a rimpiangere i giorni fatti in DAD.

Ho volutamente chiesto ai miei alunni cosa pensassero di questa stituazione. Ebbene la mia sorpresa è stata l’aver ascoltato le critiche e il rifiuto del rientro in classe.

I motivi sono diversi: legati all’età e alla classe frequentata, al tipo di scuola, alla motivazione allo studio, alla distanza casa-scuola, il contesto familiare.

Sembra che gli alunni in quinta superiore siano più propensi a continuare in DAD, in quanto ormai abituati al metodo e in vista dell’esame di Stato si preparano in modo adeguato. Chi non aveva tanta motivazione allo studio ovviamente preferisce la DAD in quanto più libero di non ascoltare le lezioni nascondendosi dietro lo schermo spento, e la scusa dei problemi tecnici di Internet. Altri preferiscono la DAD per pura comodità: dormire di più, non vestirsi con cura, non truccarsi, mangiare e bere senza orari, poter fare altre cose pur davanti allo schermo.

Qualcuno propone di andare in presenza solo qualche giorno, giusto per poter vedere i compagni e fare due chiacchere con loro, per il resto a casa.

Altri, quelli più motivati e responsabili, ritengono una fortuna essere potuti tornare in classe, pur nella fatica dell’osservanza delle normative di sicurezza igienica e sanitaria.

Gli alunni sono tanti e diversi. Le risposte altrettante.

Certamente il blocco della didattica ha creato grandi effetti negativi sui ragazzi: pigrizia, affaticamento, svogliatezza, demotivazione, ansia, stress e frustrazione, isolamento e smarrimento. Ben pochi gli effetti positivi. Anche se faticoso riprendere e rompere un’abitudine cristallizzata….è la scelta migliore per tutti.

Cosa si nasconde dietro la DAD

Si continua a parlare della Didattica a Distanza. C’è chi è così stanco di farla e la trova inutile da scioperare, sottolineando che non si deve penalizzare la scuola, se il problema dei contagi non è a scuola ma prima e dopo la scuola. C’è chi la subisce passivamente come una inevitabile ‘condanna’ di questa pandemia, una inattesa situazione difficile e faticosa da gestire, soprattutto per il pesante carico tecnologico che comporta. C’è chi si è scoperto ‘innovatore’ e ‘digitalmente avanzato’, che si è lanciato a capofitto in un mondo finora poco conosciuto e apprezzato. Una svolta positiva, una boccata d’ossigeno nella tradizionale e stantia didattica in presenza uno-a-molti. C’è anche chi ha sapientemente bilanciato le tecniche tradizionali affinate e testate sul campo negli anni e le nuove proposte tecnologiche imposte dalla distanza, centellinando le novità con la tradizione. E infine chi ha semplicemente e spesso tragicamente riproposto a distanza ciò che faceva in classe.
In tutte queste situazioni, e sicuramente altre ancora non menzionate, c’è un tratto in comune: la DAD è faticosa. Sia per gli studenti che per i docenti. Soprattutto richiede tanto più tempo rispetto a prima, nella preparazione delle lezioni, nella gestione delle lezioni e infine nella valutazione dei compiti e lavori degli studenti. Spesso si sottolinea la fatica degli studenti, il disagio di stare tante ore davanti ad uno schermo. Ma è altrettanto vero che per un insegnante della scuola, dalla primaria fino all’università, l’impegno è alto. Richiede concentrazione, abilità tecnologica e digitale, strumenti, o device appropriati, tempo per ‘trasferire’ sul digitale la didattica con tempi, modi e strumenti adeguati.
La DAD ha anche dilatato a dismisura i tempi di lavoro, nel senso che è forte il rischio di non avere limiti di orario e spazio. Con il cellulare in mano e il pc nella stanza accanto è facile scivolare in un continuo contatto virale. Tra alert, notifiche e aggiornamenti, il flusso è continuo e quindi il pericolo di guardare, controllare, leggere e rispondere per non sentirsi in colpa per negligenza, è scontato.

La DAD credo stia forzando a ripensare uno degli aspetti fondamentali e sempre dibattuti della didattica: la valutazione. La distanza sta imponendo la necessità di valutare per obiettivi e competenze, con strumenti e grigle diverse da quella adottate quando si era in presenza. Occorre ripensare seriamente questi strumenti affinchè anche a distanza i nostri studenti possano crescere in competenze, abilità e sapere.

Un popolo di “caproni”?

Un popolo di “caproni” non è una bella immagine per iniziare. Ma è quella che mi è venuta in mente ascoltando gli interventi di alcuni miei studenti delle superiori.
Abbiamo ripreso da tre giorni la scuola, purtroppo a distanza. Avevano promesso che dal 7 Gennaio saremmo tornati tutti in classe, ed invece…..i numeri dei contagi causati dal virus non lo hanno permesso, soprattutto in alcune regioni, in Veneto addirittura saremo chiusi fino a fine Gennaio.

Ho comunque rivisto i miei alunni dietro uno schermo. Una magra consolazione, avevo anche io molto desiderio di rivederli in presenza. Ma tant’è che adesso è così. Ho approfittato per farmi raccontare come avevano passato le vacanze natalizie.

E mi hanno colpito le testimonianze di due ragazzi riguardo alla festa di Capodanno. L’hanno festeggiata insieme agli amici e senza nessuna precauzione sanitaria. Come tanti altri ragazzi mi hanno confermato. Uno dei due mi ha detto: “con la mascherina non si poteva bere abbastanza liberamente e inoltre l’alcol uccide i germi”. Un altro mi ha detto: “non possiamo ancora ascoltare quel personaggio (definito in modo molto più volgare) che è il Presidente del Consiglio Conte, il quale continua a rubarci il tempo, le feste, la nostra adolescenza impedendoci di incontrarci e divertirci”.

Ecco perchè ho iniziato con l’immagine dei caproni. Evidentemente ci sono ancora persone che si “ribellano” alle regole dell’emergenza sanitaria in quanto non vere, imposte da alcuni gruppi di potere, senza fondamento e basate solo sul fatto che in genere la persone sono come dei caproni che seguono la massa e facilmente si fanno manipolare. Questo ragazzo era orgoglioso di mostrare tutta la sua arguzia nell’aver capito che non dobbiamo essere dei ‘caproni’, non dobbiamo seguire supinamente queste assurde regole imposte dai vari DPCM. Occorre ‘fregarsene’ e continuare a fare la propria vita. Perchè “tutto un complotto e una esagerazione!”

Forse anche la teoria dell’«elitismo», proposta dai vari Mosca, Pareto e Michels all’inizio del secolo XX, non è così appropriata, ma è certo che ancora oggi ci sono persone convinte che esistano alcuni gruppi ristretti di ‘potenti’ (di cui non si sa bene i nomi nè il numero) che governano un massa di immaturi e incapaci ad essere critici e consapevoli (che saremmo noi!?).

Le stesse misure adottate a scuola per proteggersi non sono condivise da tutti. Ci sono stati alcuni episodi di studenti che si sono rifiutati di indossare in modo appropriato la mascherina, di tenere le distanze (abbracciandosi e parlandosi vicini), di uscire da scuola al termine delle lezioni in modo ordinato e distanziato. Così a scuola, molto probabilmente anche in altri ambienti.

Ora anche gli studenti sono stanchi. Ho percepito una forte stanchezza, una strisciante demotivazione, una sottile frustrazione e rabbia. Non è facile questo periodo che ha così propfondamente scolvolto e stravolto le nostre vite. Forse alcuni non lo ammettono e continuano come prima.

Ma io credo che a tutti abbia cambiato molto della propria vita, nel bene e nel male. Ci ha permesso di riscoprire cose, aspetti nuovi della nostra vita, fatiche diverse, ostacoli imprevisti e inattesi. Ci ha chiesto di ‘ripensare’ tante abitudini e tradizionali comportamenti.

Fare l’insegnante….

Eravamo all’inizio del nuovo anno, dopo il duro e faticoso periodo primaverile del lockdown totale e la boccata d’ossigeno durante l’estate, pagata poi a caro prezzo per la diffusione del corona virus. Mi confrontavo con i ragazzi di 4^ superiore per sentire come avevano vissuto questo periodo e cosa si aspettavano. Una ragazza riferendosi ad una insegnante appena arriva da altra regione, mi sputa in faccia la sua schietta affermazione (peraltro abbastanza diffusa nella società): “ma come vi permettete voi insegnanti a lamentarvi quando avete ricevuto sempre il vostro stipendio durante questa pandemia, fate tre mesi di vacanza e lavorate solo al mattino?”. La sua rabbia era evidente sia dal tono della voce che dalla sua espressione facciale. Una provocazione a cui non ho risposto immediatamente, per non reagire troppo istintivamente e rispondere in modo sgarbato, come quando si è toccati sulle proprie convinzioni e passioni.

Ma perchè in Italia il lavoro dell’insegnante è sempre così sottovalutato?

Tanti lo criticano ma poi alla prova dei fatti…pochi lo scelgono…a tempo pieno! Ogni anno facciamo i conti con la mancanza di insegnanti, soprattuto in quelle materie di indirizzo dove il mercato del lavoro è più richiesto e remunerato. E spesso, mi sembra, sia contestato proprio da quelli che della scuola non hanno nessun interesse nè la conoscono, nè la amano.

Perchè fare l’insegnante? E’ davveo uno dei più belli mestieri? Se così bello perchè è scelto da pochi?

Innanzitutto è un lavoro, come tanti. Richiede una formazione, una competenza e un percorso universitario. Bisogna innanzitutto investire sullo studio, per diversi anni.
Poi occorre amare lo studio, essere convinti che la conoscenza, il sapere, la cultura sono un bene preziosissimo per ogni persona. Persuasi che è una ricchezza da condividere, mai tenuta per sè. Sempre aperta, trasparente e mai conclusa.
Altro aspetto importante è il fattore “u”, cioè quello umano. Non hai a che fare con robot o macchine, ma persone (delle varie età) con i loro vissuti, storie, aspettative, problematiche e doti uniche, per cui non sono un vaso rigido, universale e immobile da riempire con le proprie idee e contenuti. Non sono neanche dei ‘dipendenti’, con cui è stabilito per contratto un certo tipo di rapporto subordinato e di diverso ‘potere’. Molto di questo rapporto non è scritto, non è contrattualizzato nè tutelato dalla legge, ma solo dal buon senso e dalla ragionevolezza e buona educazione.


Occorre un pò di intuito psicologico, una manciata di senso pedagogico, un mestolo abbondante di pazienza, una smisurata voglia di rimettersi in gioco, un limite invalicabile alla propria dignità da salvaguardare sempre e ad ogni costo.

Non guasta anche possedere una certa capacità di collaborare, di coordinarsi e farsi coordinare, e non pensare che libertà di insegnamento voglia dire “libertà assoluta ed illimitata”. Si è sempre parte di un ‘corpo docente’, di una ‘comunità scolastica (che è altra cosa dalla compagine aziendale!!).

Infine penso sia importante capire ‘dove’ si fa scuola, cioè nel nostro sistema italiano ci sono diverse ‘location’: la scuola pubblica o privata, dell’obbligo o serale, dei bambini e adolescenti o giovani e adulti, di diversi indirizzi curriculari. Non sono tutte uguali e ognuna richiede alcune specifiche proprie di quel contesto.

Ma infine come ogni mestiere, lo si impara facendo, ascoltando, sbagliando e curiosando.

Certo alla mia alunna ho risposto. Le ho detto che ogni lavoro (onesto e legale) ha una sua dignità. E va rispettato, sempre!
Che giudicare la produttività di un lavoro non è cosa semplice da fare, tanto meno se basata su pregiudizi, superficialità e mancanza di criteri scientifici e obiettivi.
Che il valore di un mestiere non si giudica solo da ‘quanti soldi e cose’ produce, altrimenti il ‘mestiere’ dei genitori sarebbe il più assurdo, inutile, sorpassato (ma forse lo è in Italia, visto il pessimo indice di natalità???).
Che molto spesso nel lavoro si vede solo una parte, forse quella più appariscente e pubblica, ma ‘dietro le quinte’ c’è molto di più. Come l’iceberg, sta a galla perchè sotto c’è una massa molto più grande di quella visibile. Anche l’insegnante ‘sta a galla’ perchè prima e dopo la lezione fa molto più lavoro, impegno e fatica di quello che si vede in classe.

Ma questa è solo la mia esperienza!

DAD….una nuova sfida

Orami tutti sappiamo cosa significa l’acronimo DAD, Didatica a distanza, o DDI, DIdattica a distanza integrata, rispetto alla vecchia e tradizionale Didattica. LA pandemia del Covid-19 ha costretto le scuole di mezzo mondo a rivedere la ben consolidata e secolare didattica frontale, fatta di due luoghi, la cattedra e il banco, due strumenti, la lavagna e il libro o quaderno, di due persone, l’insegnante e lo studente. L’obietivo era di trasmettere delle conscenza, possibilmente nuove, allo studente che aveva il compito di assimilarle e ripeterle o al meglio rielaborarle.

Oggi la DAD ha costretto soprattutto gli insegnanti a stravolgere il proprio ruolo: come insegnare agli studenti…..attraverso uno schermo di computer. Sfida non facile perchè avvenuta in pochi giorni. neanche settimanem o mesi o anni. In pochi giorni tutti i docenti e gli studenti si sono dovuti reinventare un mestiere e dei ruoli ormai cristallizzati da anni.

La sfida dela DAD è la capacità dell’insegnante di rendere partecipi gli studenti al processo di apprendimento, attraverso strumenti che possano aiutare e facilitare la partecipazione, l’attenzione, la concentrazione, il dialogo, la riflessione e la rielaborazione. Ieri sentivo l’intervento del dott. Bianchi, professore a capo della task force del Ministero, durante la trasmissione Rai radio1…..che lamentava la poca formazione degli insegnanti su questa sfida.

Tutti hanno cercato di imparare da soli, con i consigli di qulache collega più aggiornato o esperto in informatica, o attraverso l’esplosione di corsi online. Ma non basta qualche giorno, nè qulache mese per cambiare un modello educativo-formativo di apprendimento radicato quasida secoli. Neanche per gli studenti è stato facile adattarsi e reinventarsi il loro nuovo ruolo.

Tutti hanno dovuto cambiare, persino i genitori. Stando a casa hanno potuto vedere con i loro occhi l’approccio alla scuola dei propri figli, come i professori gestiscono la lezione, come la classe si comporta dietro lo schermo. Alcuni hanno capito parecchie cose dei figli e del mondo della scuola, altri hanno preferito non vedere e non capire, altri hanno continuato come prima.

Allora la DAD si può riassumere in poche parole:

-saper coinvolgere, non solo con strumetni tecnici ed informatici, tutti gli alunni, non solo alcuni,

-trasmettere i contenuti in modo diverso ma altrettatno profondo, integrale, coerente

-non ripetere lo steso modello di insegnamento

-rivedere il patto educativo-formativo scuola-famiglia.

Mi ha colpito proprio ieri un twit provocatorio di Vittorio Feltri che paragonava la DAD ad un rapporto sessuale a distanza: manca in entrambi la presenza fisica, il medesimo ambiente, l’interazione di tutti i sensi, la soddisfazione completa ed integrale della relazione, la complicità reciproca, il rispetto di ognuno per ognuno.

Accettiamo la provocazione per continuare a riflettere soprattutto su come questa pandemia ha cambiato e chiede a tutti di modificare la vita scolastica e il metodo di apprendimento.

Verso la riapertura delle scuole, lettera del pedagogista Novara agli insegnanti: “Ecco i tre bisogni profondi”

https://www.redattoresociale.it/article/notiziario/verso_la_riapertura_delle_scuole_lettera_di_novara_agli_insegnanti_ecco_i_tre_bisogni_profondi_

Il pedagogista indirizza una riflessione a tutti i docenti, spiegando perché sia “così importante sintonizzarsi con i bisogni profondi degli alunni e non farsi sopraffare dai divieti. Chiedo a ogni insegnante di avere questo sguardo benevolo, uno sguardo non di compassione ma di attenzione”

ROMA – Regole e sicurezza sì, ma al centro ci siano i bisogni profondi, primo fra tutti quello di relazione: è questo, in sintesi, il messaggio che Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Cpp (Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti) indirizza a tutti gli insegnanti, nei giorni in cui le scuole (non tutte: in alcune regioni e per tutte le superiori ci sarà ancora da aspettare) stanno per riaprire. La sua riflessione prende spunto da una delle tante lettere ricevute in questi mesi da docenti: “Insegno alla Scuola dell’Infanzia. Volevo condividere con lei una preoccupazione grande e una tristezza infinita. Ieri ho sentito una collega, responsabile della sicurezza alla scuola dell’Infanzia, dire in meet: ‘Quest’anno è necessario mettere al primo posto la sicurezza e al secondo posto i bisogni dei bambini…’ (testuale). Senza parole. Naturalmente sono intervenuta leggendo le Linee guida ministeriali che invece sono chiare in merito. Le scrivo mentre sono a casa in quarantena perché abbiamo avuto un caso di positività a scuola. Come possiamo agire di fronte a questa emergenza educativa?”, domanda l’insegnante.

Novara risponde ricordando innanzitutto che “le scuole hanno una responsabilità particolare. È nella comunità scolastica che si creano le condizioni per una vera ripresa dove le nuove generazioni costruiscono le basi per assumere le loro responsabilità. Se questo non dovesse avvenire – riflette il pedagogista – saremmo davvero tutti in pericolo”.

La realtà però è preoccupante: “I bambini subiscono la chiusura in casa, la sospensione delle attività sociali, dello sport, delle attività ricreative, dell’isolamento con molta rabbia, tensione, con un dolore interno che non possono esprimere ma che noi tecnici conosciamo bene, oltre ad essere stato ampiamente registrato da varie ricerche – riferisce Novara – Non parliamo poi degli adolescenti, obbligati a restare nel nido materno senza la possibilità di vivere questa importantissima fase della vita che li porterebbe a separarsi dai genitori. Invece non possono allontanarsi dal controllo e dalla protezione genitoriale”.

Siamo di fronte, per Novara, a un “vivere contro natura”, che ha pesanti conseguenze, per i giovani ben più che per gli adulti: “Si bloccano delle fasi di crescita importantissime, si interrompono dei processi di sviluppo, di apprendimento, di acquisizione di competenze e di sicurezza in se stessi e nel mondo”.

E’ per questo che “occorre uno sguardo benevolo verso questi alunni, verso questi bambini e ragazzi costretti in una situazione davvero problematica e incerta per la loro vita futura”. Novara chiede dunque “a ogni insegnante di avere questo sguardo benevolo, uno sguardo non di compassione ma di attenzione ai loro bisogni profondi pur nel rispetto delle tante severe e rigide regole anti Covid”.

I tre bisogni profondi

Tra i tanti bisogni che i ragazzi hanno in questo momento, ce ne sono tre, in particolare, su cui Novara richiama l’attenzione degli insegnanti: “Anzitutto il bisogno di relazione. Non si può andare a scuola restando confinati in un banco – afferma Novara – rigidamente seduti su una sedia o senza alcun contatto né verbale né comunicativo con i propri compagni. Non c’è scuola se non si può lavorare assieme, è un eccesso discriminatorio pensare che la sicurezza debba basarsi sul tenere gli alunni non solo alla distanza giusta ma addirittura nell’isolamento sistematico, che per i bambini delle elementari con tempo pieno vorrebbe dire otto ore. Già la necessità, stabilita successivamente alla riapertura scolastica, delle mascherine alla Primaria appare una norma eccessiva – commenta ancora il pedagogista – Non aggraviamola ulteriormente con procedure di isolamento che mortificano e deprimono la motivazione degli alunni”.

Il secondo bisogno profondo è quello di “seguire i propri tempi. L’apprendimento mai come ora necessita di tempi adeguati, non di corse a rincorrere fantasmatici contenuti e obiettivi – suggerisce Novata – Meglio uscire tutti vivi e vegeti sul piano mentale e psicologico, piuttosto che compromessi ma con il programma finito”.

Il terzo bisogno è quello di “autonomia, di fare da soli, di vivere la scuola come un’esperienza unica, personale, oggi fortissimamente minacciata da un’iperpresenza genitoriale, sull’onda lunga del lockdown primaverile, dove tutte le famiglie furono trasformate in doposcuola permanenti. A scuola vanno gli alunni non i genitori – aggiunge Novara – Questo paletto va mantenuto come imprescindibile, pena il crearsi di una forte confusione nella responsabilità personale, nella percezione delle capacità stessa degli alunni rispetto ai compiti e agli impegni scolastici”.

Infine, agli insegnanti va l’augurio di sentirsi orgogliosi e all’altezza del proprio fondamentale compito: “Auguro a voi insegnanti di riprendere la scuola con questa consapevolezza, con l’orgoglio di chi, pur tra le enormi difficoltà, sa di rappresentare davvero il futuro del Paese”.

Cresce l’attesa per rientrare a scuola

L’attesa e la speranza di tornare tutti a scuola in presenza, pur con le dovute precauzioni sanitarie dovute al Covid-19, spinge tutti ad essere ottimisti. Il fatidico 7 Gennaio sembra storica per dare un segnale positivo. Ma il numero dei contagi in continuo aumento lascia in alcuni esperti forti dubbi di opportunità. Chi vuole rientrare a tutti i costi avendo fatto qualcosa per permetterlo e chi non vuole rischiare una terza ondata di contagi. E’ la continua lotta tra le due posizioni estreme che dall’inizio della pandemia si sono alimentate progressivamente e hanno proclamato le rispettive posizioni e a volte vittorie (di Pirro). Tutti desiderano rientrare a scuola in presenza perchè la DAD non ha portato gli attesi risultati. I giovani hanno bisogno di confrontarsi, dialogare, di vedersi e scontrarsi tra loro e con gli insegnanti.
Hanno bisogno di rientrare in un ambiente che forse oggigiorno è l’unico che così generalmente impone regole da osservare.
Gli adolescenti ormai “fuori” dal controllo dei genitori e della famiglia, senza la scuola rischiano di non vivere almeno alcune ore al giorno in un contesto regolato, chiaro nei suoi confini di responsabilità e di ruolo. Senza la scuola gli adolescenti rischiano di vivere sempre e solo in un contesto libero, informale e frutto delle loro scelte e regole. Rischiano di non imparare ad adattarsi ad un ambiente diverso da quello che vorrebbero. Di non comprendere la diversità dei ruoli. Di non appassionarsi “civilmente” ad una causa, quella della propria classe e del proprio istituto. Di non scontrarsi e confrontarsi con il giudizio sincero e trasparente di chi gli affida dei compiti e degli obiettivi.
Allora riapriamo le scuole in presenza, perchè ci sono tanti motivi.

Un anno da non dimenticare

Ripensando al 2020

Abbiamo appena lasciato alle spalle il 2020 e tutti siamo già orientati e proiettati a quello nuovo. Il futuro che abbiamo davanti non può non tener conto, e non derivare dalla storia vissuta, sia personale che in questo 2020 mondiale, essendo stati tutti colpiti più o meno direttamente dalla pandemia del COVID-19. Un drammatico evento che ha segnato la vita di tutta l’umanità, mai come prima se non dalla tragedia delle II Guerra Mondiale. Il virus, si dice, non ha guardato in faccia a nessuno, né la condizione sociale, economica, sanitaria, mentale o familiare. Ha colpito indistintamente. Gli scienziati hanno lavorato intensamente per poter trovare un vaccino a protezione degli uomini. Un’aspettativa verso la scienza mai così forte né sentita da tutti. Eppure ci sono ancora oggi i cosiddetti negazionisti del virus, o i complottisti, che pensano sia stata una macchinazione di qualche elite di persone.
E la scuola? Come ha vissuto la nostra scuola italiana questa sfida? Non è stato facile per nessuno gestire e capire la cosa giusta da fare.
La scuola italiana, nel suo impianto centralista e in parte autonomista, ha cercato di trovare le strade più corrette, ma non sempre ci è riuscita. Ci si è spesso dibattuti tra le direttive ministeriali e quelle locali dell’autonomia, spesso scaricando la responsabilità delle scelte più impopolari ai livelli istituzionali superiori e prendendosi i meriti in quelle scelte più facili. La scuola primaria è riuscita in questa seconda parte del 2020 ad affrontare con misure precise e spesso pesanti, a riuscire ad offrire ai bambini almeno la possibilità di andare a scuola, di stare in classe con i compagni, pur con tutte le misure di sicurezza. Ma almeno hanno vissuto la scuola.
Le scuola superiori, invece, sono state più penalizzate. Hanno fatto tanta didattica a distanza. Una vera sofferenza per i docenti e per gli studenti. Per entrambi è stata una notevole fatica senza avere i proporzionati risultati e soddisfazioni. Tante ore davanti allo schermo del computer per raccogliere colo in parte il piacere della conoscenza e della cultura. Ma anche qui è stata fatta la scelta del male minore.
Adesso ripartiamo a primi di Gennaio, dopo la pausa delle vacanze natalizie. Ci sono ottime speranze alla luce del vaccino che è stato scoperto. L’aspettativa che si possa ritornare entro l’autunno ad avere una vita normale. Ce lo auguriamo tutti! Buon 2021