Federica Patti: tecnologia e manualità per la didattica a scuola

La prof.ssa Federica Patti è un’architetta che dopo la laurea, e dieci anni di libera professione, non avrebbe mai immaginato di insegnare nella scuola media e che insegnare sarebbe stato così bello. Chiamata per una supplenza la prima volta nel settembre del 2011, ne è rimasta così affascinata che non l’ha più mollata. Oggi dice che non tornerebbe mai indietro a fare la libera professione o a insegnare all’università, come ha fatto per qualche anno.

Le piace la cosiddetta scuola media, in quanto hai la responsabilità di centinaia di adolescenti nella fase fondamentale della loro crescita. Questo compito è appagante e impagabile.

Purtroppo la fatica è quella di essere ancora precaria, e ogni anno dover cambiare scuola e classi. Non ha la fortuna o la opportunità di entrare in una classe già conosciuta, lasciata a Giugno e ripresa a Settembre.

E’ però convinta che questa precarietà abbia anche un risvolto positivo: si conoscono tante comunità scolastiche diverse, colleghi con stili e approcci variegati, dirigenti scolastici con metodo di governo e didattico differente.

Ha nove classi che vede due ore a settimana ognuna, e quindi incontra tante ragazze e ragazzi, e con la sua materia cerca sempre di interessare e catturare la loro attenzione, anche se non sempre ci riesce (come tutti gli insegnanti). La Tecnologia la approccia a partire dalla storia, cioè la storia dell’evoluzione dell’Uomo e cerca di far comprendere agli studenti quanto ogni innovazione nella storia abbia avuto un impatto nella vita personale e sociale.

Unisce la tecnologia digitale a quella manuale. Li stimola facendoli disegnare a mano utilizzando la squadra, convinta che occorre continuare a coltivare e sviluppare la capcità tattile, visiva, manuale della disciplina e non solo usare Internet e gli specifici software di disegno.

Secondo la prof. sa Patti oggi c’è molta povertà di linguaggio e quando la tecnologia si stacca dal linguaggio, dal contesto storico, perde il suo valore e significato.

Lei non è preocciupata o angosciata di fare tante cose del programma, ma pianifica quelle attività che facciano ottenre competenze e capacità di riflessione sui problemi.

Afferma che lo zaino è la cartina tornasole della scuola media: il suo peso segnala quanto poco sia gestita la mattinata, le lezioni in modo collaborativo e coordinato. Oggi la scuola è molto segmentata.

Provoca anche affermando che il contratto dei docenti è una contraddizione, è anacronistico perchè pensato per una scuola e una società degli anni ’70, oggi molto diversa.

Un altro aspetto da cambiare è la mancanza di ‘passaggio di consegne’ tra colleghi, nel senso che chi lascia una classe non dà al collega entrante la consegna delle attività e obiettivi fatti e realizzati, si arriva senza saper nulla e si lascia senza spiegare ad altri il lavoro fatto.

Un’altra esperienza molto significativa per lei è stata l’insegnamento in carcere. Una realtà molto particolare che chiede impegno e competenze e attenzioni diverse, e premia con soddisfazioni diverse.

Infine il suo pensiero sulla valutazione riguarda tutto: il processo, il risultato, la tempistica delle consegne, il comportamento, lo stile e il metodo di lavoro. Così riesce ad avere alla fine dell’anno anche otto, nove valutazioni per alunno e alunna. Ed è molto critica anche sul sistema di reclutamento degli insegnanti: troppo riduttivo il concorso a crocette.

Nel suo caso dopo aver ottenuto anche un dottorato e aver insegnato tanti anni in classe, cosa dimostrare ancora di più?

Chiara Di Benedetto: la scuola come ricchezza quotidiana

La maestra Chiara Di Benedetto ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua iniziale esperienza nella scuola paritaria e da quest’anno nella scuola pubblica di Montesilvano.

Chiara vive la scuola come un destino che l’ha scelta e per cui ogni giorno l’incontro con i bambini la rende sempre migliore, non nel senso di perfezione ma di cambiamento e di riscoperta di se stessa anche nella propria vulnerabilità. Ogni giorno sente la responsabilità bella e importante di offrire ai bambini motivazione, conoscenza, abilità, maturità, gioia e serenità.

La didattica è ricerca continua di sapere chi si ha davanti e quali strumenti sono più adatti ai bambini.

Le piace la lettura con i bambini, costruire racconti fantastici e progetti matematici, fare laboratori e collaborare con le famiglie e i colleghi. Ha trovato una grande differenza tra la scuola paritaria e quella statale. Ha dovuto rimettersi in gioco nuovamente, in un contesto diverso.

Essere e fare l’insegnante significa rimettersi in discussione ogni giorno, attraverso la relazione innanzitutto con i bambini e poi con tutte le altre persone che ruotano attorno alla scuola. La relazione educativa è sempre basata su un equilibrio instabile, che va costruito e riassestato quotidianamente. Rivedere, risistemare la lezione per ricalibrare. I traguardi non sono semplici.

Ha introdotto sperimentazione matematiche perchè trovava in alcuni bambini si trovavano in difficoltà nell’apprendimento, così ha recuperato degli strumenti addirittura del 1600 che sono stati utilissimi per i bambini.

Cerca e cura molto la collaborazione con i genitori e il territorio per poter lavorare meglio con i bambini.

La scuola italiana, la scuola in generale, ti spinge a ricercare un qualcosa che la entusiasma e non è mai ripetitivo e meccanico

Ilaria Basile: maestra e formatrice

Ilaria Basile, nasce come formatrice e per tanti anni ha svolto questo ruolo di formazione e orientamento al mondo del lavoro. Ad Insegnanti al microfono ha raccontato che il suo sogno era di fare la maestra, e così è riuscita a coronarlo iniziando la sua carriera scolastica presso l’IC “Europa unita” di Arese, in provincia di Milano. specializzandosi sul sostegno e l’area dell’infanzia. Da quest’anno è stata distaccata al Provveditorato di Milano, per seguire l’area dell’orientamento al lavoro.

Secondo la sua esperienza diretta in classe, ha constatato che l’area dei Bisogni Educativi Speciali, occorre maggiore preparazione dei docenti, perchè non gli alunni BES non sono solo a carico dell’insegnante di sostegno, ma di tutto il corpo docenti. Occorre lavorare su tutta la gamma di Bisogni Speciali.

Un altro aspetto fondamentale del lavoro di docente è la capacità di collaborare, sia dentro al scuola sia fuori, nel territorio. In questa prospettiva anche la motivazione del docente è essenziale, in quanto lo rende più capace di insegnare, trasmettere, coinvolgere, relazionarsi. Un docente motivato “crea” uno studente motivato

Il ruolo dell’insegnante richiede non solo la formazione ma anche la capacità di relazione emotiva, di empatia con gli alunni e alunne. Deve capire la potenzialità e le caratteristiche di ciascun allievo così da fargli percorrere sentieri appropriati ed efficaci.

Nel suo lavoro quotidiano utilizza diverse metodologie, quali il cooperative learning, la classe aperta, il tuor tra pari e il coding. Tutti strumenti che rendono attivo lo studente e lo pongono al centro.

Il suo ruolo al Provveditorato le ha permesso di avere uno sguardo ampio sulle diverse scuole.

La scuola italiana, secondo Ilaria, ha nei docenti la sua risorsa principale, la sua forza. Tanti docenit appassionati e preparati nel loro lavoro. Dall’altra parte invece la scuola italian dovrebbe collaborare maggiormente con il territorio, con gli enti e le altre realtà educative del territorio.

Lucia Morrone: l’insegnamento dell’italiano e il sostegno

La prof.sa Lucia Morrone insegna italiano e storia al liceo di scienze umane di Santorre di Santa Rosa di Torino e anche il sostegno con due studenti. Ha raccontato ad Insegnanti al microfono come la sua è una esperienza molto ampia che le permette sia di lavorare con diverse situazioni degli alunni sia ricevendo da loro una ‘doppia’ carica motivazionale.

L’esperienza di insegnare sul sostegno le ha dato una ricchissima esperienza e competenza umana e professionale. Ha così ampliato le diverse modalità di insegnamento che il sostegno impone al docente e che diventano delle competenze umane che si rivelano utilissime e fondamentali anche nella vita umana. Lavorare con le persone diversamente abili stimola ad entrare in sintonia, in relazione, in empatia con queste persone, a cui non basta la materia ma occorre lavorare sulla e con la persona.

Purtroppo nel mondo della scuola ci sono tanti colleghi che ‘snobbano’ il ruolo dell’insegnante di sostegno, altri avendo ‘paura’ delle persone diversamente abili non sanno come comportarsi nè come affrontarli e quindi non si sentono capaci e pronti a relazionarsi con questi alunni, altri lo fanno per necessità lavorativa e altri per fortuna, ma sono pochi, lo fanno per vera passione e motivazione. Infatti ogni anno sono sempre troppo pochi i docenti preparati e pronti a fare il ruolo del sostegno.

La sua materia specifica di Lettere classiche, quali latino e greco, le permettono di presentare e guardare alla letteratura sia italiana che classica latino e greco, come un modello di interpretazione di se stessi e della storia. del mondo. Occore studiare lingua e letteratura italiana come strumento e occasione per vivere poi la vita quotidiana e acquisire competenze critiche di lettura di ciò che accade nella società e nel mondo. Inoltre approfitta per lavorare con goi alunni per fargli apprezzare l’attualità anche del latino e del greco.

Lei offre diversi progetti di incontro con l’autore così da facilitare il dialogo, specialmente se sono libri con tematiche legate all’attualità e alle problematiche dell’adolescenza. Ascoltare e leggere i libri aiuta molto a rendere liberi, ad acquisire indipendenza di pensiero e di capacità critica, così importante per diventare uomini e cittadini. Gli autori del passato diventano le lenti con cui guardare, capire, criticare, giudicare anche il presente e progettare il futuro.

La sua visione della scuola trova nei docenti una ricchezza fondamentale, mentre la troppo numerosità di alunni nella singole classi e un’alta percentuale di DSA o diversamente abili, rende difficile la gestione del gruppo classe e di proporre una didattica personalizzata.

Alessandra Ortolano: scuola senza zaino, Erasmus ed etwinning al liceo “I. Gonzaga” di Chieti

La prof.ssa Alessandra Ortolano è insegnante di filosofia e scienze umane al liceo “Isabella Gonzaga” di Chieti, dopo aver fatto per tanti anni l’esperienza di insegnamento nella scuola primaria, sempre a Chieti. Ha raccontato ad Insegnanti al microfono della sua esperienza di scuola senza zaino alla primaria dove gli spazi aperti, l’autonomia degli alunni, le occasioni libere di confronto, riflessione e manualità sono poste al centro della vita scolastica, sull’esempio del metodo Montessori.. Nulla è lasciato al caso in questa scuola: dall’arredamento al tempo, alla materialità. Tutto è condiviso.

Altra sua importante esperienza riguarda lo scambio e incontro sulla piattaforma etwinning, diventando ambasciatrice e formatrice. Fin dalla scuola primaria ha sperimentato questa opportunità di lavorare e collaborare con scuole straniere, mettendo in gioco diverse competenze. In particolare il progetto realizzato sulle fiabe e quello sul cibo, durante l’anno dell’Expo. Nella scuola superiore il progetto ‘International Peer riguarda il patrimonio culturale.

Lavorare su etwinning significa aiutare gli studenti e studentesse ad aumentare le competenze trasversali, quali l’autonomia, la collaborazione, la comunicazione, l’imparare ad imparare, il problme solving, la gestione del tempo e lavorare per obiettivi.

La dimensione internazionale è stata portata avanti anche attraverso un progetto Erasmus plus per le scuole, cioè anche con la possibilità dello scambio, sul tema della motivazione allo studio, di una sorta di lotta alla dispersione scolastica. Il capofila è una scuola di Istanbul, Turchia, e causa pandemia purtroppo non si è riusciti a completare totalmente il progetto. Gli alunni coinvolti direttamente provenivano da diverse classi, che avessero deboli e fragili motivazioni all’impegno scolastico.

La progettazione internazionale diventa un’ottima occasione per lavorare a livello interdisciplinare e collaborativo, sia come classe di studenti che come scuola.

La scuola italiana ha la grande risorsa degli insegnanti, che con passione e versatilitià lavorano bene nonostante il peso della burocrazia e della rigidità del sistema scolastico.

Chiara Spalatro: Apple teacher e innovazione all’IC Rodari-Alighieri-Spalatro

La prof.sa Chiara Spalatro, insegnante di Lettere all’IC Rodari-Alighieri-Spalatro di Vieste, è da sempre appassionata ed interessata all’innovazione didattica, come ci ha raccontato ad Insegnanti al microfono, sia per motivi personali, la sua famiglia l’ha cresciuta nella mentalità commerciale, sia per offrire ai suoi alunni strumenti didattici coinvolgenti e divertenti. Da oltre vent’anni cerca gli strumenti tecnologici e didattici più adatti ai suoi studenti delle medie. Così fa parte della rete dei formatori della Flipnet, ha un canale youtube, ha ottenuto l’Apple distinguished tearcher. La sua convinzione è che non è importante lo strumento ma l’obiettivo da raggiungere a scuola, per cui l’ambiente di apprendimento è fondamentale perchè aiuta e facilita il percorso formativo degli studenti. Ha scritto insieme ad altri esperti e colleghi, un testo per la didattica: 101 idee per una didattica digitale integrata, ed. Erickson.

Nel 2014 ha scoperto la versatilità e creatività dell’ambiente Apple e da allora lo ha applicato alle sue classi. Avere un tablet aiuta la interdisciplinarietà e approfondimento in quanto è uno strumento che racchiude in se tutti gli altri, oltre a permetre un’alta accessibilità e quindi una facilitazione per gli alunni BES o DSA o con altri bisogni.

Ha creato una classe totalmente digitale con l’appoggoi delle famiglie e della scuola. Così riescono in questo modo anche ad apossedere competenze digitali e trasversali.

Un altro approccio approfondito e sviluppato in classe è quella della flippedclassroom, di cui si parla tanto ma forse pochi conoscono e applicano bene; per questo lei è una formatrice e sottolinea l’importanza di conoscere il metodo.

La sua esperienza e ampia visione della scuola anche italiana, le permette di riconoscere come ci sia stato un crescente approccio positivo verso il digitale e che l’accoglienza e l’attenzione agli studenti e stundentesse in difficoltà sono molto alti. Invece un limite della nostra scuola è l’autoreferenzialità degli insegnanti, che troppo spesso si chiudono nelle loro classi e sono poco aperti alla collaborazione e al confronto

Domenico Bracciodieta e l’inglese con voicebooks

Il prof. Domenico, per gli amici Mimmo, Bracciodieta è un appassionato insegnante di lingua e letteratura inglese al liceo “L. Da Vinci” di Cassano delle Murgie, Bari. L’ho ascoltato ad Insegnanti al microfono per capire quando è nata la sua passione per la lingua straniera e come la trasmette ai suoi alunni. Ha scoperto il suono e la curiosità per l’inglese quando ascoltava da piccoli i suoi parenti emigrati negli Stati Uniti, come tanti italiani ai primi del ‘900, che tornando nella loro terra d’orgine in Puglia, portavano anche i suoni, le tradizioni, le usanz di un altro Paese. Così è stato quasi naturale studiare l’inglese. Da oltre 30 anni insegna nella stessa scuola superiore e con medesima passione e competenza trasmette ai suoi alunni la bellezza e l’utilità della lingua anglo-americana. Le sue leziuoni sono improntate ad un apprendimento in maniera alternativa, senza l’ossessione della valutazione. La tecnologia e la lingua inglese permettono un connubio molto felice per fare una didattica coinvolgente, attiva e attuale. Oggi il prof usa diverse metodologie, quali il Project Based Learning, il cooperative learning, i programmi in doppia lingua, la certificazione linguistica Cambridge e soprattutto il Festival di Cassano Scienza, un appuntamento annuale a Maggio, giunto alla sua settima edizione. Organizzato, preparato e condotto da studenti e docenti che insieme offrono una settimana di incontri, dibattiti dove i laboratori, tenuti dagli alunni del liceo stesso, sono il fiore all’occhiello.

La sua attenzione internazionale viene coltivata per la scuola attraverso degli accordi con importanti istituzioni, tra cui la Tate Modern Gallery e l’Imperial College di Londra, con cui realizza viaggi e percorsi formativi per gli alunni.

La sua ultima innovazione riguarda la creazione, insieme al linguista Anthony Green, di una specifica piattaforma chiamata voicebooks, che aiuta in modo particolare all’ascolto, ad identificare il suono delle parole, a riconoscerle in un contesto di vita quotidiana. Uno strumento utilissimo per migliorare l’abilità del “listening”, qui anche il canale youtube e anche un articolo su La Repubblica

Fernanda Manganelli: coding, CLIL, musica, progetto Scuola Viva all’IC di Frattamaggiore2 (NA)

Fernanda Manganelli è una dirigente scolastica che gestisce oltre 1400 alunni dai 3 ai 13 anni, l’Istituto Comprensivo ad indirizzo musicale di Frattamaggiore2 “Capasso-Mazzini”, Napoli. Una realtà complessa perchè coinvolge tre diverse fasce d’età presenti in 4 plessi ma che riesce a gestire dando sempre sostegno e spunti di innovazione ai docenti, agli studenti, alle famiglie e al territorio. L’abbiamo incontrata per ascoltare su Insegnanti al microfono la sua testimonianza. Ha portato fin da subito la didattica del coding già dalla scuola dell’infanzia, perchè essa facilita l’apprendimento attraverso la logica, uno strumento che deve essere integrato con tutti gli altri e non andare a sostituirli. Ha sostenuto la metodologia del CLIL nelle scuole ‘medie’ avendo tre indirizzi linguistici, e così gli insegnanti di lingua gestiscono almeno un’ora alla settimana con contenuti di altre discipline nella lingua straniera curriculare. Un’altra iniziativa innovativa è l’offerta delle cosiddette classi 2.0, dove viene utilizzato il computer per l’apprendimento. Ha inoltre partecipato al progetto dell’UNICEF-Campania “processo a Pinocchio”, un vero e proprio processo alle azioni di Pinocchio per valutarne la legalità, moralità, liceità. Il tutto concluso con diversi oggetti-simbolo: i bambini della primaria hanno realizzato una giacca con attaccati i diritti dei bambini, che poi hanno portato al sindaco di Frattamaggiore; i ragazzi delle medie una bacchetta magica che hanno portato al presidente del Tribunale di Napoli.

L’indirizzo musicale, attraverso l’orchestra e il coro, ha visto la scuola partecipare a diverse iniziative musicali e artistiche, tra cui la vittoria del primo premio al GEF di Sanremo, il Festival Internazionale della Musica Scolastica.

Un altro progetto di ampio coinvolgimento di alunni e territorio è stato “Scuola Viva”, tre moduli di diverse aree tematiche. Il modulo di giornalismo ha permesso ai ragazzi e ragazze di ‘cimentarsi’ ne mondo della comuncazione con la’iuto di un giornalista professionista, raccontando e parlando di argomenti quali l’ambiente. Un’altra iniziativa è stata quella musicale, che ha permesso all’orchestra della scuola di ‘integrare’ nel suo organico gli strumenti mancanti attraverso ‘appoggio del vicino liceo musicale, formando così una realtà musicale di 80 elementi. Anche il coro ha avuto l’opportunità di partecipare alla vita del Teatro san Carlo di Napoli.

La scuola è aperta tutti i giorni fino alle 18 della sera per accogliere gli studenti che partecipano ai tanti altri progetti. Così c’è chi fa le Olimpiadi della matematica con l’Università Bocconi di Milano, chi quelle di italiano e chi si cimenta in attività da piccoli ingegneri per creare mini robot, coaudiuvati dalla facoltà di Ingegneria di Napoli.

Un altro progetto sul tema del bullismo e cyberbullismo sarà realizzato a fine Aprile con l’installazione di una panchina gialla dove sedersi liberi da attacchi di bullismo. Un segno chiaro e forte di lotta a questa mala abitudine spesso così diffusa tra i giovani.

Alberto Prieri e il suo canale “Scuola virus, imparare è contagioso”

Ho avuto la fortuna di dialogare con il prof. Alberto Prieri, un insegnante di lettere che insegna in una scuola della provincia di Cuneo. Qui puoi ascoltare la mia intervista https://www.spreaker.com/episode/43874463

Un insegnante appassionato del suo lavoro e preoccupato dei suoi alunni che a causa della chiusura delle scuole per la diffusione del virus COVID-19 si è inventato un canale youtube per aiutarli nello studio a casa. Ha creato con oggetti quotidiani presenti in cassa sua l’ambientazione e il ‘travestimento’ dei vari personaggi di storia e letteratura per rendere più accattivante e contestualizzato il contenuto da trasmettere. Si è divertito molto nel realizzare questi brevi video su Dante, Cavour, la ritirata di Russia e tante altre eventi e personaggi, e poi simpatiche scenette per spiegare la grammatica della lingua italiana (il verbo, i complementi di luogo e di tempo, ecc) Insomma un bellissimo canale youtube per imparare divertendosi.

Un bella testimonianza di un insegnante che ama il suo lavoro e i suoi ragazzi, e si è ingeniato a trovare strumenti nuovi e moderni per coinvolgere i suoi alunni e alunne e per stare vicino a loro in questo momento di DAD e non solo.

Qui il suo canale per ascoltare e seguire tutte le puntate https://www.youtube.com/user/prieri69 e imparare col sorriso e in modo piacevole. Buon sapere a tutti 🙂

Fare l’insegnante è una vocazione? La testimonianza di Barbara Falasca

Ho avuto la fortuna di incontrare diversi insegnanti per confrontarci sul tema della scuola. Uno dei temi che spesso mi incuriosisce è il motivo per cui una persona sceglie di fare l’insegnante di scuola. Può sembrare strano ma questa professione, uguale nella sua finalità, nasconde diverse ragioni personali, sociali economiche e valoriali. Basta conoscere o frequentare la scuola per capire quanto siano ampie e diversificate queste motivazioni. Questa differenza poi la si riscontra nei suoi effetti didattici e relazionali con gli studenti.

Qualcuno mi ha detto che fare l’insegnante è una questione di ‘vocazione’ cioè non di avere la semplice vogli adi lavorare per guadagnare e mettere in pratica le proprie competenze. Significa voler costruire ed entrare in una rete di relazioni, in pimis con gli alunni, ma poi con i colleghi, con le famiglie e col territorio, per poter educare le nuove generazioni. E’ un lavoro di grande responsabilità in quanto ognuno nel suo piccolo e per la sua parte, contribuisce a ‘costruire’ la struttura mentale, emotiva e caratteriale dei bambini e degli adolescenti. Non a caso la scuola è una dlle agenzie educative più importanti per costruire una società e un futuro per le persone.

Scegliere l’insegnamento siginifica porsi un qesta ottica, altrimenti credo di poter dire che una persona è fuori luogo, fuori posto. Ripiegare sull’insegnaento perchè apparentemente più comodo, semplice e con più tempo libero non porta da nessuna parte. Un sapere mnemonico o nozionistico, o una banale trasposizione dei contenuti nella testa dei discenti non ha vita lunga.

Credo non si scelga questa professione neanche per una semplice volontà di trasmettere un sapere. Oggigionro non basta, CI sono tanti strumenti e oppotuniutà per consoscere, la scuola è unica perchè coniuga la conoscenza con la persona, crea un ‘humus’ un contesto che deve o dovrebbe facilitare un movimento virtuoso tra insegnante, alunno, famiglia e territorio. Ognuno con il suo ruolo e tempo.

Quali competenze servono? DIfficile fare un elenco.

Iniziare da una maturitò afettiva del docente, che deve sapere stare al suo posto ma entrare in sinotnia con gli studenti.

Empatia, per capire lo stato d’animo di chi hai di fronte, e intercettarlo come forza postivia e fattore da ‘curare’

Conoscenza della propria disciplina, per trasmettren i contenuti e saper fare un continuo riferimento all’oggi e alla competenza critica.

Voglia di collaborare con gli altri colleghi e le famiglie, affinchè ci sia convergezna di obiettivi e strumenti

Curiosità per innovare la parte didattica, senza per forza rincorrere gli ultimi strumenti o metodi tecnologici, ma valutarli e soppersarli per il proprio contesto.

Capacità di resilienza, in quanto un giorni puoi essere alle stelle per il risultato ottenuto con gli alunni e il giorno dopo ti mandano ko per la loro negativa o indifferente reazione e partecipazione, quindi pazientare ed avere tenacia.

Fare il docente richiede capacità di adattarsi alle diverse situazioni umane, perchè ogni giorno ti confronti, e a volte scontri, con le persone con cui e per cui fai un percorso che senza doi loro non porta a nulla. La scuola esige la collaborazione di tutti, è un lavoro di squadra, altrimenti si fa molta fatica a raggiungere gli obiettivi educativi e formativi.

E’ triste, e a volte fa rabbia, vedere o intuire che qualcuno sceglie di fare lpinsegnante per ripiego, perchè pensa di avere più tempo libero per fare altre cose, per acvere il famigerato posto fisso. Lo vedi da come si atteggia con gli alunni, con i colleghi, con la scuola stessa.

Fare l’insegnante, di qualsiasi disciplina e ordine e grado di scuola, richiede anche tanta pazienza e desiderio di innovarsi sempre. Mai dare nulla per scontato e appreso una volta per semrpe, sai da parte degli studenti che del docente.

Credo anche che la scuola dovrebbe aiutare a trovare un metro di misurazione e valutazione sia degli alunni che degli insegnanti per poter valorizzare le eccellenze, le capacità e chi si impegna. Purtroppo spesso accade che da parte dei docenti, la differenza di impegno, capacità, competenza e preparazione non è valutata nè riconosciuta. Il famoso posto fisso può anche essere un tremendo e ingiusto livellatore, per cui tutti sono uguali, indipendentemente da quanto ti impegni,m raggiungi, contribuisce all’educazione dei ragazzie ragazze e al miglioramento della scuola stessa.

Qui per ascoltare la testimonianza di una insegnante che vive il suo lavoro come una vocazione: Barbara Falasca della provincia di Udine, https://www.spreaker.com/episode/44021254

Verso la riapertura delle scuole, lettera del pedagogista Novara agli insegnanti: “Ecco i tre bisogni profondi”

https://www.redattoresociale.it/article/notiziario/verso_la_riapertura_delle_scuole_lettera_di_novara_agli_insegnanti_ecco_i_tre_bisogni_profondi_

Il pedagogista indirizza una riflessione a tutti i docenti, spiegando perché sia “così importante sintonizzarsi con i bisogni profondi degli alunni e non farsi sopraffare dai divieti. Chiedo a ogni insegnante di avere questo sguardo benevolo, uno sguardo non di compassione ma di attenzione”

ROMA – Regole e sicurezza sì, ma al centro ci siano i bisogni profondi, primo fra tutti quello di relazione: è questo, in sintesi, il messaggio che Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Cpp (Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti) indirizza a tutti gli insegnanti, nei giorni in cui le scuole (non tutte: in alcune regioni e per tutte le superiori ci sarà ancora da aspettare) stanno per riaprire. La sua riflessione prende spunto da una delle tante lettere ricevute in questi mesi da docenti: “Insegno alla Scuola dell’Infanzia. Volevo condividere con lei una preoccupazione grande e una tristezza infinita. Ieri ho sentito una collega, responsabile della sicurezza alla scuola dell’Infanzia, dire in meet: ‘Quest’anno è necessario mettere al primo posto la sicurezza e al secondo posto i bisogni dei bambini…’ (testuale). Senza parole. Naturalmente sono intervenuta leggendo le Linee guida ministeriali che invece sono chiare in merito. Le scrivo mentre sono a casa in quarantena perché abbiamo avuto un caso di positività a scuola. Come possiamo agire di fronte a questa emergenza educativa?”, domanda l’insegnante.

Novara risponde ricordando innanzitutto che “le scuole hanno una responsabilità particolare. È nella comunità scolastica che si creano le condizioni per una vera ripresa dove le nuove generazioni costruiscono le basi per assumere le loro responsabilità. Se questo non dovesse avvenire – riflette il pedagogista – saremmo davvero tutti in pericolo”.

La realtà però è preoccupante: “I bambini subiscono la chiusura in casa, la sospensione delle attività sociali, dello sport, delle attività ricreative, dell’isolamento con molta rabbia, tensione, con un dolore interno che non possono esprimere ma che noi tecnici conosciamo bene, oltre ad essere stato ampiamente registrato da varie ricerche – riferisce Novara – Non parliamo poi degli adolescenti, obbligati a restare nel nido materno senza la possibilità di vivere questa importantissima fase della vita che li porterebbe a separarsi dai genitori. Invece non possono allontanarsi dal controllo e dalla protezione genitoriale”.

Siamo di fronte, per Novara, a un “vivere contro natura”, che ha pesanti conseguenze, per i giovani ben più che per gli adulti: “Si bloccano delle fasi di crescita importantissime, si interrompono dei processi di sviluppo, di apprendimento, di acquisizione di competenze e di sicurezza in se stessi e nel mondo”.

E’ per questo che “occorre uno sguardo benevolo verso questi alunni, verso questi bambini e ragazzi costretti in una situazione davvero problematica e incerta per la loro vita futura”. Novara chiede dunque “a ogni insegnante di avere questo sguardo benevolo, uno sguardo non di compassione ma di attenzione ai loro bisogni profondi pur nel rispetto delle tante severe e rigide regole anti Covid”.

I tre bisogni profondi

Tra i tanti bisogni che i ragazzi hanno in questo momento, ce ne sono tre, in particolare, su cui Novara richiama l’attenzione degli insegnanti: “Anzitutto il bisogno di relazione. Non si può andare a scuola restando confinati in un banco – afferma Novara – rigidamente seduti su una sedia o senza alcun contatto né verbale né comunicativo con i propri compagni. Non c’è scuola se non si può lavorare assieme, è un eccesso discriminatorio pensare che la sicurezza debba basarsi sul tenere gli alunni non solo alla distanza giusta ma addirittura nell’isolamento sistematico, che per i bambini delle elementari con tempo pieno vorrebbe dire otto ore. Già la necessità, stabilita successivamente alla riapertura scolastica, delle mascherine alla Primaria appare una norma eccessiva – commenta ancora il pedagogista – Non aggraviamola ulteriormente con procedure di isolamento che mortificano e deprimono la motivazione degli alunni”.

Il secondo bisogno profondo è quello di “seguire i propri tempi. L’apprendimento mai come ora necessita di tempi adeguati, non di corse a rincorrere fantasmatici contenuti e obiettivi – suggerisce Novata – Meglio uscire tutti vivi e vegeti sul piano mentale e psicologico, piuttosto che compromessi ma con il programma finito”.

Il terzo bisogno è quello di “autonomia, di fare da soli, di vivere la scuola come un’esperienza unica, personale, oggi fortissimamente minacciata da un’iperpresenza genitoriale, sull’onda lunga del lockdown primaverile, dove tutte le famiglie furono trasformate in doposcuola permanenti. A scuola vanno gli alunni non i genitori – aggiunge Novara – Questo paletto va mantenuto come imprescindibile, pena il crearsi di una forte confusione nella responsabilità personale, nella percezione delle capacità stessa degli alunni rispetto ai compiti e agli impegni scolastici”.

Infine, agli insegnanti va l’augurio di sentirsi orgogliosi e all’altezza del proprio fondamentale compito: “Auguro a voi insegnanti di riprendere la scuola con questa consapevolezza, con l’orgoglio di chi, pur tra le enormi difficoltà, sa di rappresentare davvero il futuro del Paese”.

Cresce l’attesa per rientrare a scuola

L’attesa e la speranza di tornare tutti a scuola in presenza, pur con le dovute precauzioni sanitarie dovute al Covid-19, spinge tutti ad essere ottimisti. Il fatidico 7 Gennaio sembra storica per dare un segnale positivo. Ma il numero dei contagi in continuo aumento lascia in alcuni esperti forti dubbi di opportunità. Chi vuole rientrare a tutti i costi avendo fatto qualcosa per permetterlo e chi non vuole rischiare una terza ondata di contagi. E’ la continua lotta tra le due posizioni estreme che dall’inizio della pandemia si sono alimentate progressivamente e hanno proclamato le rispettive posizioni e a volte vittorie (di Pirro). Tutti desiderano rientrare a scuola in presenza perchè la DAD non ha portato gli attesi risultati. I giovani hanno bisogno di confrontarsi, dialogare, di vedersi e scontrarsi tra loro e con gli insegnanti.
Hanno bisogno di rientrare in un ambiente che forse oggigiorno è l’unico che così generalmente impone regole da osservare.
Gli adolescenti ormai “fuori” dal controllo dei genitori e della famiglia, senza la scuola rischiano di non vivere almeno alcune ore al giorno in un contesto regolato, chiaro nei suoi confini di responsabilità e di ruolo. Senza la scuola gli adolescenti rischiano di vivere sempre e solo in un contesto libero, informale e frutto delle loro scelte e regole. Rischiano di non imparare ad adattarsi ad un ambiente diverso da quello che vorrebbero. Di non comprendere la diversità dei ruoli. Di non appassionarsi “civilmente” ad una causa, quella della propria classe e del proprio istituto. Di non scontrarsi e confrontarsi con il giudizio sincero e trasparente di chi gli affida dei compiti e degli obiettivi.
Allora riapriamo le scuole in presenza, perchè ci sono tanti motivi.