Carina Frossasco: formare i docenti per una Scuola Dinamica

Carina Frossasco, nata in Argentina e vissuta in Olanda e in Italia, è un’insegnante di lingua nella scuola primaria che ha scelto di dedicarsi pienamente alla diffusione e alla conoscenza del metodo della Scuola Dinamica. Ha raccontato ad Insegnanti al microfono, come la sua formazione si sia svolta in diversi ambiti: pedagogia e neurodidattica, per capire cosa avviene nel cervello quando noi impariamo. Adesso lavora a Novara e insieme ad altri insegnanti ed esperti della pedagogia e neurodidattica, offre formazione per far vivere la cosiddetta Scuola Dinamica. Oggi le persone e quindi anche i bambini hanno molti più stimoli che nel passato, più veloci, più intensi e più ampi.

La scuola di oggi rischia di essere ancora legata troppo al passato. Il progetto ha così realizzato l’Aula dinamica, dove interagiscono diverse professionalità: autoeducation e digitale, pedagogia e nueropedagogia clinica e neurodidattica.

Il modello parte dalla relazione. Le scienze ci dicono che il cervello può apprendere se si trova in una situazione, in un’aula serena, in quella che è stata definita l’aula cervello compatibile. Solo se c’è una relazione positiva, serena, accogliente l’alunno può imparare. L’inizio dell’anno scolastico è fondamentale per ripartire bene. Occorre impiegare un pò di tempo per ricostruire e riconfermare il rapporto docente-studente, perchè i due-tre mesi di vacanza estiva cambiano molto i bambini e i ragazzi, accadono tante cose, esperienze, fatti. E bisogna tenerne conto per ripartire bene.

L’insegnante è aiutato a valutare, capire la relazione attraverso lo strumento del “patto di convivenza”, con strumenti per ‘sentire il clima della classe’, per fare davvero un gruppo. Questa fase può durare anche oltre un mese.

Poi aiutano il docente a costruire un programma, una pianificazione didattica tenendo conto delle specificità della disciplina e della scuola, affinchè le informazioni vadano nella memoria a lungo termine e non solo a quella breve, solo così questo apprendimento resterà a lungo nel tempo.

E’ altrettano importante capire poi che in classe non dobbiamo usare il tempo-orologio ma il tempo biologico dell’apprendimento. Sono due concezioni diverse. L’insegnante dovrebbe seguire il tempo-apprendimento se vuole che il sapere si sedimenta a lungo.

La scuola dinamica è flessibile perchè deveo ascoltare la classe, il gruppo dei docenti. Per questo utilizzano una didattica digitale in modo critico, cioè cercando di capire quale il mezzo tecnologico migliore da utilizzare.

Infine un ultimo passaggio è proporre l’outdoor education, cioè andare all’esterno per scoprire, curiosare, cercare e così imparare.

Insomma una proposta molto ampia, completa e stimolante

Maria Sorrentino: matematica e scienze con Minecraft e il gioco

La prof.ssa Maria Sorrentino insegna da tanti anni Matematica e Scienze all’IC Boscotrecase nella provincia di Napoli. Ai piedi del Vesuvio ed in un contesto sociale ed economico difficile, ha raccontato ad Insegnanti al microfono il suo approccio ludico, partecipato ed attivo alle scienze ed in particolare alla matematica. Questo contesto le ha dato l’opportunità di approcciarsi in modo diverso, innovativo, accattivante, dovendo interagire con studenti e studentesse poco motivati e sostegno nella vita sociale e familiare, per cui fino alla scuola media spesso l’insegnante è un importante punto di riferimento.

Ha cercato strategie nuove e agli inizi del 2000 ha aderito al progetto le m@t.abel di Indire, che “avvalendosi della collaborazione di esperti disciplinari, fornisce gli strumenti per avvicinare gli studenti alla Matematica in maniera coinvolgente e “concreta”, proponendo attività che facilitano la comprensione della stretta relazione fra astrazione teorica ed eventi della vita quotidiana”.

Ha collaborato alle prove INVALSI ed è fermamente convinta di poter e dover aiutare i docenti ad insegnare la matematica in modo ludico, cioè usando materiale cartaceo, il digitale e modalità collaborative. Tutte strategie altamente inclusive, anche per coloro che hanno bisogni educativi speciali.

L’insegnante si deve mettere in gioco. Nelle sue lezioni i ragazzi non stanno mai fermi al proprio posto in quanto si spostano e parlano per lavorare insieme e la “confusione” nasce perchè devono organizzarsi e produrre il risultato matematico. Anche con le materie cosiddette STEM i suoi ragazzi diventavano protagonisti dell’evento e delle attività, all’interno della scuola: progettando le attività, organizzandole e pianificando ruoli, tempi, spazi. Compiti di realtà in matematica realizzata da tempo. Così come l’approccio del coding, oggi ormai diffuso e conosciuto

Un altro progetto molto utilizzato e apprezzato dagli studenti è quello legato a Minecraft Education, un mondo non solo di gioco ma opportunità di imparare, collaborare e crescere. Gli studenti hanno anche capito la differenza tra il gioco in sè e il gioco utilizzzato per imparare.

La prof.sa Sorrentino ha aderito anche ad un progetto Erasmus+ K3 per vivere la matematica col gioco attraverso il Metaverse. Ha collaborato anche al PNSD ed ha il certificato di Microsoft educator, per cui possiede notevoli strumenti didattici applicabili sia alle capacità intellettive sia tecnologiche ed economiche degli studenti, sceglliendo quini lo strumento adatto per quella calsse e per quello studente. E tanto materiale provato e testato nel campo lo si trova nel repository dell’Indire.

La scuola italiana ha tante risorse nei docenti che hanno molta passione, impegno e dedizione all’insegnamento. Nello stesso tempo mancano le infrastrutture, le tecnologie che potrebbero aiutare moltissimo docenti e studenti.

Marco Lambertucci: insegnare religione in una scuola paritaria

Marco Lambertucci insegna presso l’Istituto paritario “Divina Provvidenza” di Roma, un istituto che accompagna dall’infanzia fino alla scuola secondaria. Ha condiviso ad Insegnanti al microfono la sua esperienza di insegnare Religione in una scuola paritari e anche con un ruolo nel sostegno. Ha sempre avuto il desiderio di insegnare Religione in quanto la reputa una disciplina molto bella, utile e stimolante.

Potrebbe sembrare che insegnare in una scuola cattolica paritaria sia una scelta più facile. Pur avendo la totalità degli studenti in classe, in quanto tutti scelgono di avvalersi, non sempre i motivi sono così “nobili”. Può succedere infatti che molte famiglie scelgano la scuola paritaria perchè sperano e desiderano seguire meglio i figli, poter partecipare maggiormente alla vita della scuola, e in qualche modo ‘incidere’, per non dire ‘influenzare’, le strategie e le modalità di vita della scuola. Non a caso il ‘potere’ delle famiglie che scelgono la scuola paritaria dando una cospicua somma di denaro per l’iscrizione, può diventare un’arma pericolosa per il corpo docente, che può sentirsi ‘ricattato’ dalle famiglie stesse.

Il prof. Lambertucci vive la scuola come una missione importante di aiuto alla crescita, allo sviluppo umano e culturale dei ragazzi e ragazze. Crede che anche la Religione possa dare un valore aggiunto e importante all’identià e alla formazione umana. Riferendosi al santo papa Giovanni Paolo II l’insegnante aiuta a formare persone libere, ricche di umanità, capaci e costruttori di solidarietà e pace. Certo in una scuola paritaria è più agevole come prospettiva.

Essere in una scuola paritaria, poi, non vuol dire avere sempre e solo famiglie benestanti. In una metropoli grande come Roma, la varietà di tipologia sociale ed economica delle famiglie è ampia e diffusa.

La scuola paritaria ha il vantaggio di avere un bacino più ristretto, e quindi vivere maggiormente la dimensione comunitaria. Si parla molto di comunità educante per cui non solo gli insegnanti ma anche le famiglie e il resto del personale della scuola.

Marco apprezza molto la curiosità dei bambini, in tutti gli ambiti, e quindi anche nella Religione si pongono domande primordiali, basilari che aiutano anche gli adulti a pensare e riflettere. La interdisciplinarietà con l’arte, la letteratura, la storia, per cui è tutto in armonia con il sapere. Questo intreccio ha portato l’Istituto ad un nuovo progetto per cui ci saranno nel futuro due ore di Religione, proprio a sostegno di un approccio ampio e intrecciato delle discipline.

La disciplina di Religione è un utile strumento interdisciplinare, capace di ‘agganciarsi’ a tante altre materie e con l’opportunità di trasmettere valori umani importanti.

Ha fatto anche il referente Covid-19 e questo gli ha permesso di avvicinarsi a tante famiglie, di conoscere molte situazioni diverse e dimostrare la vicinanza della sua scuola alle necessità e difficoltà delle persone.

Marco riconosce che purtroppo oggigiorno la scuola paritaria viene scelta soprattutto per il criterio economico. E’ una discriminante importante e ingiusta.

Barbara Renna: scuola e teatro, didattica partecipativa

Barbara Renna, maestra nella scuola primaria della provincia di Monza-Brianza a Desio, è specializzata nel teatro pedagogico. Ha fondato l’associazione culturale Scenikalab che tratta proprio di didattica teatrale dall’infanzia alle superiori. Ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua interessante esperienza didattica di scuola e teatro. Prepara gli insegnanti ad affrontare le lezioni attraverso il teatro. Un’azione pianificata del paradigma dell’apprendimento, dove la conoscenza è costruita dallo stesso soggetto, accompagnato dall’operatore teatrale.

Ha portato le lezioni in scena: si crea un set all’interno della classe, dividendola in due gruppi, dove uno recita improvvisando sulla base di un canovaccio, e l’altro gruppo osserva per capire e osservare in modo critico, discutendo su quello che sta accadendo. Nessun alunno o alunna è obbligato a recitare, solo chi se la sente. Ma è vero che dopo un iniziale timore, generalmente in seguito non ci sono problemi a trovare gli ‘attori’.

Importante, dice Barbara, è tener presente che lo stesso insegnante è un pò un attore di teatro, perchè deve interagire con gli studenti, deve trovare diverse soluzioni dialogiche e interattive.

Il metodo della didattica teatrale pedagogica è uno strumento davvero utile, divertente ed efficace.

In una visione ampia della scuola, Barbara afferma che la scuola dovrebbe essere meno rigida, meno nozionistica e dare più spazio all’esperienza e agli obiettivi.

Marco Orsi e il suo movimento Senza Zaino per una Scuola Comunità

Il maestro e dirigente scolastico Marco Orsi in pensione dall’ anno passato sta dedicandosi ora a tempo pieno alla sua innovativa scelta di scuola: il movimento  Senza Zaino, che ha promosso, ideato e fondato con altri insegnanti e dirigenti. Ha raccontato a Insegnanti al Microfono la sua formazione di pedagogista e sociologo, e quando è nata l’dea di quel movimento innovativo che prende il nome di “Senza Zaino per una Scuola Comunità ”. Nel 1998 infatti elaborò e dette il via al progetto  “Giornata della Responsabilità” dove si pensava e organizzava una giornata di scuola in modo che andasse avanti senza l’intervento dell’insegnante, per cui gli alunni, dopo aver condiviso gli obiettivi e le attività, diventavano i protagonisti  lavorando in autonomia.

Riprendendo le idee di Maria Montessori, il maestro Marco ha pensato ad una scuola dove l’adulto non deve togliere gli ostacoli al bambino, non deve facilitargli troppo la strada e il cammino, ma piuttosto deve aiutarlo a superarli trovando il percorso migliore.

Non esiste apprendimento senza assunzione di rischio. Non esiste in nessun ambito di vita la situazione del rischio zero. Ovviamente l’educatore deve commisurare l’ostacolo all’età, alla capacità di chi lo deve affrontare. Da quella Giornata ha pensato, sempre insieme ad alcuni insegnanti e dirigenti, di proporre quel tipo di impostazione per tutto l’anno. Arricchendosi anche di esperienze viste all’estero, ad esempio in Scozia, Inghilterra e in Norvegia, il dirigente Marco Orsi ha elaborato con il suo gruppo una scuola centrata sulla responsabilità degli alunni.

Nel  2002 scrisse un libro criticando l’uso della fotocopiatrice per le attività didattiche  e constatando che lo zaino è anche un elemento a volte poco sano per la schiena e il fisico dei bambini, nonché un alibi per non attrezzare gli spazi scolastici. Da lì l’approccio innovativo sia nell’arredamento scolastico (no alla cattedra, no allo zaino, no banchi monoposto) che nella gestione didattica (agorà, lavoro in gruppo, personalizzazione, aree di lavoro, ecc) e nelle metodologie, improntate quest’ultime alla cooperazione e alla differenziazione dell’insegnamento.

Nel suo libro Uno zaino troppo pesante, dimostra come la piccole scuole hanno un’efficacia didattica molto maggiore in quanto  sono comunità effettive capaci di sviluppare un apprendimento efficace. Negli Stati Uniti si parla infatti delle small schools come realtà vitali dal punto di vista formativo.

Il movimento Senza Zaino pone in essere molti dei suggerimenti dellApprendimento situato e delle Comunità di pratica. Anche la strategia di accoglienza  è una modalità molto seguita dal Dirigente Orsi, così da aiutare i nuovi docenti ad inserirsi.

Il movimento propone la  pianificazione della lezione piuttosto che la programmazione. Si punta inoltre a fare in modo che i bambini abbiano tanti spazi di autonomia, così da lavorare da soli, in coppia è in gruppo. Attualmente si sta  valorizzando la strategia della gamification, cioè imparare giocando e quella che si ispira al modello dell’artigiano, considerando la  manualità ovvero la dimensione tattile, che non deve scomparire con l’avvento del digitale.

Secondo Orsi la scuola italiana dovrebbe maggiormente collaborare con gli attori e i soggetti attorno alla scuola, inserirsi nel territorio, intrecciarsi con altre iniziative e attività, promuovere in una parola la comunità educante. Insomma serve abbattere i muri per valorizzare il paesaggio dell’apprendimento.

Kosmè De Maria e la classe sperimentale cooperative class

La maestra Kosmè De Maria ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua passione educativa e professionale ventennale nella scuola primaria dell’IC Bottacchi di Novara. In questo lunga esperienza ha maturato sempre di più la convizione e volontà di mettere sempre al centro dell’azione didattica il benessere del bambino e della bambina.

In questa prospettiva innovativa ha iniziato quattro anni fa con una sua classe un approccio sperimentale: il cosiddetto cooperative class. Un metodo dove l’autonomia degli allunni è fortemente coltivata. I bambini e le bambini sono supportati a raggiungere alti livelli di gestione ad ampio raggio, sia in ambito affettivo, emotivo, di studio, di spazi, ecc.

Da quattro anni ormai la sua classe sta lavorando sapendo organizzare la propria attività fin dal primo momento a scuola. Arrivano a scuola e sanno già cosa devono e possono fare per imparare, crescere, conoscere.

Nella sua classe non c’è la cattedra, la maestra si muove tra i banchi, si affianca ai bambini per aiutarli e accompagnarli. La cattedra spesso diventa simbolo di potere, di distacco, non di vicinanza.

E’ un progetto sperimentale per cui si stanno monitorando per diventare autono nella gestione delle relazioni e dell’apprendimento; della competenza digitale, per cui usano sia il cartaceo che il PC, non il tablet, in quanto quest’ultimo è consultivo, invece il PC è creativo.

Si educa persone competenti, ad ampio raggio. Il digitale non diminuisce la capacità di attenzione, non è deleterio perchè dipende da come viene utilizzato. Il PC e il digitale invece aiutano la alfabetizzazione digitale che non subisce ma crea.

Viene stipulato un patto educativo tra scuola e famiglie dentro una cornice di senso e di fiducia reciproca.

Kosmè ama il suo lavoro, gioisce ogni giorno dell’energia che i bambini e le bambine sanno trasmettere e mostrare. La bellezza della relazione con loro. Ogni bambino ha il suo modo di apprendere e spesso ci vogliono molto tempo e un’attenta osservazione per comprendere quali modalità d’azione siano utili per permettere a ciascun alunno un sereno e proficuo percorso scolastico..

E’ felice di vederli ogni mattina, di incontrarli e ricevere il loro sorriso. Non è così facile trovare un lavoro dove le persone ti sorridono con sincerità e vero affetto.

Federica Patti: tecnologia e manualità per la didattica a scuola

La prof.ssa Federica Patti è un’architetta che dopo la laurea, e dieci anni di libera professione, non avrebbe mai immaginato di insegnare nella scuola media e che insegnare sarebbe stato così bello. Chiamata per una supplenza la prima volta nel settembre del 2011, ne è rimasta così affascinata che non l’ha più mollata. Oggi dice che non tornerebbe mai indietro a fare la libera professione o a insegnare all’università, come ha fatto per qualche anno.

Le piace la cosiddetta scuola media, in quanto hai la responsabilità di centinaia di adolescenti nella fase fondamentale della loro crescita. Questo compito è appagante e impagabile.

Purtroppo la fatica è quella di essere ancora precaria, e ogni anno dover cambiare scuola e classi. Non ha la fortuna o la opportunità di entrare in una classe già conosciuta, lasciata a Giugno e ripresa a Settembre.

E’ però convinta che questa precarietà abbia anche un risvolto positivo: si conoscono tante comunità scolastiche diverse, colleghi con stili e approcci variegati, dirigenti scolastici con metodo di governo e didattico differente.

Ha nove classi che vede due ore a settimana ognuna, e quindi incontra tante ragazze e ragazzi, e con la sua materia cerca sempre di interessare e catturare la loro attenzione, anche se non sempre ci riesce (come tutti gli insegnanti). La Tecnologia la approccia a partire dalla storia, cioè la storia dell’evoluzione dell’Uomo e cerca di far comprendere agli studenti quanto ogni innovazione nella storia abbia avuto un impatto nella vita personale e sociale.

Unisce la tecnologia digitale a quella manuale. Li stimola facendoli disegnare a mano utilizzando la squadra, convinta che occorre continuare a coltivare e sviluppare la capcità tattile, visiva, manuale della disciplina e non solo usare Internet e gli specifici software di disegno.

Secondo la prof. sa Patti oggi c’è molta povertà di linguaggio e quando la tecnologia si stacca dal linguaggio, dal contesto storico, perde il suo valore e significato.

Lei non è preocciupata o angosciata di fare tante cose del programma, ma pianifica quelle attività che facciano ottenre competenze e capacità di riflessione sui problemi.

Afferma che lo zaino è la cartina tornasole della scuola media: il suo peso segnala quanto poco sia gestita la mattinata, le lezioni in modo collaborativo e coordinato. Oggi la scuola è molto segmentata.

Provoca anche affermando che il contratto dei docenti è una contraddizione, è anacronistico perchè pensato per una scuola e una società degli anni ’70, oggi molto diversa.

Un altro aspetto da cambiare è la mancanza di ‘passaggio di consegne’ tra colleghi, nel senso che chi lascia una classe non dà al collega entrante la consegna delle attività e obiettivi fatti e realizzati, si arriva senza saper nulla e si lascia senza spiegare ad altri il lavoro fatto.

Un’altra esperienza molto significativa per lei è stata l’insegnamento in carcere. Una realtà molto particolare che chiede impegno e competenze e attenzioni diverse, e premia con soddisfazioni diverse.

Infine il suo pensiero sulla valutazione riguarda tutto: il processo, il risultato, la tempistica delle consegne, il comportamento, lo stile e il metodo di lavoro. Così riesce ad avere alla fine dell’anno anche otto, nove valutazioni per alunno e alunna. Ed è molto critica anche sul sistema di reclutamento degli insegnanti: troppo riduttivo il concorso a crocette.

Nel suo caso dopo aver ottenuto anche un dottorato e aver insegnato tanti anni in classe, cosa dimostrare ancora di più?

Chiara Di Benedetto: la scuola come ricchezza quotidiana

La maestra Chiara Di Benedetto ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua iniziale esperienza nella scuola paritaria e da quest’anno nella scuola pubblica di Montesilvano.

Chiara vive la scuola come un destino che l’ha scelta e per cui ogni giorno l’incontro con i bambini la rende sempre migliore, non nel senso di perfezione ma di cambiamento e di riscoperta di se stessa anche nella propria vulnerabilità. Ogni giorno sente la responsabilità bella e importante di offrire ai bambini motivazione, conoscenza, abilità, maturità, gioia e serenità.

La didattica è ricerca continua di sapere chi si ha davanti e quali strumenti sono più adatti ai bambini.

Le piace la lettura con i bambini, costruire racconti fantastici e progetti matematici, fare laboratori e collaborare con le famiglie e i colleghi. Ha trovato una grande differenza tra la scuola paritaria e quella statale. Ha dovuto rimettersi in gioco nuovamente, in un contesto diverso.

Essere e fare l’insegnante significa rimettersi in discussione ogni giorno, attraverso la relazione innanzitutto con i bambini e poi con tutte le altre persone che ruotano attorno alla scuola. La relazione educativa è sempre basata su un equilibrio instabile, che va costruito e riassestato quotidianamente. Rivedere, risistemare la lezione per ricalibrare. I traguardi non sono semplici.

Ha introdotto sperimentazione matematiche perchè trovava in alcuni bambini si trovavano in difficoltà nell’apprendimento, così ha recuperato degli strumenti addirittura del 1600 che sono stati utilissimi per i bambini.

Cerca e cura molto la collaborazione con i genitori e il territorio per poter lavorare meglio con i bambini.

La scuola italiana, la scuola in generale, ti spinge a ricercare un qualcosa che la entusiasma e non è mai ripetitivo e meccanico

Ilaria Basile: maestra e formatrice

Ilaria Basile, nasce come formatrice e per tanti anni ha svolto questo ruolo di formazione e orientamento al mondo del lavoro. Ad Insegnanti al microfono ha raccontato che il suo sogno era di fare la maestra, e così è riuscita a coronarlo iniziando la sua carriera scolastica presso l’IC “Europa unita” di Arese, in provincia di Milano. specializzandosi sul sostegno e l’area dell’infanzia. Da quest’anno è stata distaccata al Provveditorato di Milano, per seguire l’area dell’orientamento al lavoro.

Secondo la sua esperienza diretta in classe, ha constatato che l’area dei Bisogni Educativi Speciali, occorre maggiore preparazione dei docenti, perchè non gli alunni BES non sono solo a carico dell’insegnante di sostegno, ma di tutto il corpo docenti. Occorre lavorare su tutta la gamma di Bisogni Speciali.

Un altro aspetto fondamentale del lavoro di docente è la capacità di collaborare, sia dentro al scuola sia fuori, nel territorio. In questa prospettiva anche la motivazione del docente è essenziale, in quanto lo rende più capace di insegnare, trasmettere, coinvolgere, relazionarsi. Un docente motivato “crea” uno studente motivato

Il ruolo dell’insegnante richiede non solo la formazione ma anche la capacità di relazione emotiva, di empatia con gli alunni e alunne. Deve capire la potenzialità e le caratteristiche di ciascun allievo così da fargli percorrere sentieri appropriati ed efficaci.

Nel suo lavoro quotidiano utilizza diverse metodologie, quali il cooperative learning, la classe aperta, il tuor tra pari e il coding. Tutti strumenti che rendono attivo lo studente e lo pongono al centro.

Il suo ruolo al Provveditorato le ha permesso di avere uno sguardo ampio sulle diverse scuole.

La scuola italiana, secondo Ilaria, ha nei docenti la sua risorsa principale, la sua forza. Tanti docenit appassionati e preparati nel loro lavoro. Dall’altra parte invece la scuola italian dovrebbe collaborare maggiormente con il territorio, con gli enti e le altre realtà educative del territorio.

Silvia Granucci: maestra nella scuola senza zaino e formatrice

La scuola primaria dove insegna Silvia Granucci, nella vicina periferia di Lucca, l’IC Lucca quinto, offre il tempo pieno e soprattutto è la scuola senza zaino del fondatore di questo movimento, il dirigente Marco Orsi. La maestra Silvia ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua esperienza di queta impostazione che si ispira al metodo di Maria Montessori. Un approccio che coinvolge gli alunni sia nelle metodologie che negli spazi. C’è l’agorà, uno spazio di condivisione e collaborazione. Poi un utilizzo molto ampio dei sensi e un grande lavoro sulla responsabilità e autonomia di ciascuno bambino e bambina. Ad esempio per il semplice fatto di andare in bagno, è posizionato un semaforo che deve essere gestito da ogni singolo alunno con i tempi e il proprio turno in riferimento agli altri non chiedendo l’intervento della maestra.

Tutta la scuola è senza zaino, chiamata così perchè nell’idea del fondatore la scuola era troppo piena e pesante, per cui doveva essere alleggerita.

Un aspetto molto importante dal punto di vista didattico è il fatto che il materiale e gli spazi sono condivisi, anche se con il Covid-19 purtroppo è stato tutto modificato e quasi annullato. Tutto è condiviso e quindi affidato alla responsabilità. Inoltre la scuola senza zaino è fortemente differenziata, per cui l’attività didattica della classe è molto flessibile e organizzata anche in gruppi diversi, cosicchè la maestra può gestire attività diverse in contemporanea, stando soprattutto a coordinare gli alunni.

La formazione di Silvia è stata inizialmente orientata all’impresa, in quanto laureatasi in Economia e Commercio per poter lavorare nell’azienda di famiglia, che ha seguito per diversi anni. Poi per motivi personali si è avvicinata alla scuola recuperando il suo diploma magistrale e integrandolo con ulteriori specifici percorsi formativi. Così si è innamorata dell’insegnamento, della relazione con i bambini, e porta in classe tutta la sua esperienza anche del settore e dell’impostazione imprenditoriale.

Il suo segreto è quello di appassionare e far sorridere e divertire i suoi alunni, che per loro significa concentrazione, impegno, passione, e risultati.

La scuola senza zaino, lavora a classi e porte aperte. Lei ha trovato una scuola troppo rigida e impacchettata. E troppo spesso un atteggiamento di lentezza da parte di alcuni insegnanti, che diventa pigrizia, poca responsabilità, poca efficienza.

Secondo Silvia manca nella scuola il momento di valutazione dei docenti. Si valutano gli studenti ma nessuno può giudicare l’operato, sia in classe sia tra colleghi, per migliorarlo e stimolarlo.

Fa parte anche del team della Scuola digitale e ha realizzato spettacoli ed eventi con il territorio con una forte collaborazione e aiuto da parte delle famiglie.

Dando uno sguardo alla scuola italiana, la maestra Silvia sottoililnea come risorse positive sia gli insegnanti che i dirigenti, dove si trovano tante persone appassionate, coinvolgenti, preparati.

Invece in negativo c’è il sistema scolastico che non funziona e troppe volte l’insegnamento è una seconda scelta o è utilizzato e pensato come un ammortizzatore sociale. Non c’è una vera autonomia, è solo apparente. Infine il percorso formativo universitario non è pienamente adeguato e orientato all’insegnamento, troppa distanza e distacco.

Maurizio Mingardi: l’insegnamento come un sogno finalmente realizzato

Il prof. Maurizio Mingardi, insegnante di lingue Inglese e Spagnola quest’anno come supplente presso l’ IC “Rita Levi Montalcini” di Torbole, BS, è entrato quest’anno nel mondo della scuola e ha raccontato ad Insegnanti al microfono il suo percorso personale e la sua impressione. Ha sempre avuto il sogno di insegnare e finalmente lo ha realizzzato.

La sua storia lavorativa è particoalre in quanto finita la scuola superiore ha scelto e dovuto andare a lavorare presso uno studio di consulenza del lavoro, ottenendo un contratto a tempo indeterminato. Quindi il cosiddetto lavoro fisso lo aveva. Ma aveva ancora nel cuore il desiderio di insegnare. Così dopo i trent’anni è riuscito a studiare Scienze linguistiche presso l’Università Cattolica di Milano ottenendo la specializzazione in Inglese e Spagnolo. E così quest’anno ha potuto fare la sua prima esperienza di supplenze.

La scuola è fondamentale per una società, senza formazione, cultura, istruzione una società di ignoranti non funziona. Non sta bene. Purtroppo oggi e in Italia non è adeguatamente considerata, come merita. Lui stesso ho ricevuto critiche per aver lasciato il posto sicuro per un posto di lavoro da precario, visto che la modalità di ingresso nella scuola è complesso e lungo.

Ha scelto di studiare ed insegnare lingue straniere significa capire un altro mondo, una visione diversa del mondo. Purtroppo l’università non è legata, integrata con il sistema della scuola. Ottima preparazione sui contenuti ma poca attenzione alla scuola. Alla Cattolica è molto accentuato l’orientamento verso il business piuttosto che verso la didattica e l’insegnamento. Anche in questo lo sbocco professionale della docenza non è molto valorizzato.

Oggi i ragazzi e ragazze sono molto vivaci e devono essere stimolati continuamente, anche accettando che non tutti i minuti della lezione siano al massimo della concentrazione. L’importante è che ci sia un obiettivo e sia raggiunto.

Ha un consiglio per motivarsi allo studio. Occorrono le 3 P: passione, pazienza, preparazione.

La scuola italiana purtroppo ha un grosso limite nella alta e spesso inutile burocrazia. Invece la risorsa migliore sono gli insegnanti, ce ne sono tantissimi motivati, appassionati, competenti.

Pamela Marchesotti: lotta al bullismo e cyberbullismo al liceo J. Joyce

La prof.ssa Pamela Marchesotti insegna al liceo James Joyce di Ariccia (Roma) da tanti anni e ha voluto raccontare ad insegnanti al microfono la sua lunga e ampia esperienza di insegnante di Lettere e lingua italiana e da qualche anno anche di collaboratrice del Dirigente Scolastico ed è referente d’istituto per il bullismo e il cyberbullismo.

Ama moltissimo il suo lavoro di docente e per ora non vuole lasciare il suo rapporto con gli studenti e studentesse. Anche ora che ricopre il ruolo di collaboratrice nello staff della dirigenza non vuole lasciare la classe con la relazione diretta con i ragazzi.

I ragazzi di oggi hanno tanti strumenti e canali di comuncazione ma alla fine sono quelli che sanno meno comunicare, in riferimento al passato. Anche se c’è una comunicazione continua, senza filtri, ha le sue rigidità dovute allo strumento e quindi spesso non vogliono farsi conoscere per quello che sono.

La scuola italiana è cambiata molto nel tempo, anche se alcune cose sono rimaste fisse e rigide. Un esempio è la valutazione, ancora ferma al numero come indicatore unico delle competenze e capacità degli alunni.

Il suo ruolo di referente per il bullisimo e cyberbullismo lo ha svolto all’inizio con il preziosissimo aiuto della Polizia Postale, che ha dato un fondamentale e corretto approccio al fenomeno. Col tempo l’istituzione postale ha dovuto a malincuore diminuire fino ad eliminare i propri interventi e così la professoressa Marchesotti si è ritrovata da sola a gestire gli incontri, la formazione, le attività a scuola su questo tema.

In questo modo ha visto quanto sia importante per i ragazzi e ragazze la socialità, soprattutto in questo anno di pandemia dovuta al Covid-19 che ha costretto dentro le mura la propria vita , che oramai si manifesta ed esprime soprattutto sulle storie dei social.

La scuola può offrire delle alternative pomeridiane, non legate ai contenuti disciplinari, ma di ampio e vario tipo. Ad esempio laboratori di musica e teatro, che sono così importanti per aiutare e sviluppare gli adolescenti la loro forza e capacità comunicativa.

La scuola italiana ha commesso un grave errore a togliere musica dalle scuole.

Ci sono grandi professionisti nella scuola. Ma nello stesso tempo c’è poca attenzione al mondo della scuola. La scuola la si pensa sempre come problema ma non come risorsa.

Elena Bosco: insegnare Lettere in Italia e tirocinio in Spagna

La prof.sa Elena Bosco, laureata in Italianistica, da soli tre anni ha iniziato ad insegnare e ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua esperienza, le sue aspettative e la sua impressione iniziale sulla scuola italiana.

In tre anni ha cambiato tre scuole e questi cambiamenti sono un bene perchè le hanno fatto vedere modi e tipi diversi di scuola ma anche in negativo per il fatto di non avere avuto continuità didattica e programmazione lunga e non poter raccogliere i frutti dell’insegnamento.

La sua formazione universitaria le ha dato molta preparazione sulla materia ma pochissima sulla didattica, sul mondo della scuola, sul sistema scolastico e le dinamiche della scuola. Purtroppo c’è molta distanza tra questi due mondi. Ma ha avuto la fortuna di vivere in scuole dove era forte e positivo il rapporto con il territorio e le famiglie, per cui c’è stata una efficace collaborazione e le è stato molto d’aiuto.

Altro aspetto molto negativo e spesso demotivante è la precarietà, cioè il non poter progettare a lungo termine, restando sempre in sospeso per il futuro e sul rapporto con gli studenti e le studentesse.

Nella sua formazione ha fatto anche una bella e ricca esperienza all’estero: una borsa di studio di tirocinio nella scuola dell’ambasciata italiana a Madrid. Una realtà particolare in quanto è una scuola privata che offre il percorso di studi dall’infanzia fino alle superiori. Qui ha trovato un grande entusiasmo ed interesse riguardo la cultura italiana all’interno di un sistema scolastico spagnolo che predilige la praticità e le materie tecniche, rispetto alle scienze umanistiche. Questa opportunità le ha dato modo di confrontare i due sistemi scolastici, riconoscendo che quello italiano, più ampio e in parte più generalista, permette però di acquisire delle competenze trasversali e di base molto meglio, le quali permettono meglio di affrontare e risolvere i problemi e gli imprevisti. La scuola spagnola, d’altro canto, offre più una formazione attraverso i laboratori.

Daniela Buffoni: maestra alla primaria e docente senza frontiere

La maestra Daniela Buffoni, insegnante presso la scuola primaria dell’IC Aldeno Mattarello a Trento. Ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua esperienza diretta con i piccoli alunni, come docente distaccata presso la sede provinciale dell’Ufficio Scolastico di Trento e infine come presidente dell’associazione Docenti Senza Frontiere.

Ha collaborato con IPRASE nella stesura delle Linee guida per i Piani di studio provinciali riferiti al curricolo di italiano e al curricolo di storia collaborando con il prof Mattozzi, supportando l’implementazione dei Piani di Studio provinciali nei percorsi di ricerca-azione presso gli Istituti Comprensivi della provincia di Trento.

Ha condotto percorsi di formazione di storia in prospettiva interculturale presso Istituti Comprensivi. E’ specializzata nell’insegnamento degli alunni con bisogni educativi speciali; ha collaborato con la casa editrice Erickson di Trento come autrice e nella produzione di materiale scolastico. Negli ultimi anni si è dedicata alla promozione del concetto di educazione glocale supportando l’idea di comunità educante. Partecipa come referente per l’istituto e per l’Associazione Docenti Senza Frontiere al Distretto dell’Educazione di Trento finalizzato al sostegno alla genitorialità e a promuovere sinergia tra tutti coloro che si occupano di educazione

La sua scuola è capofila di intercultura di Indire.

La maestra Daniela ha iniziato dei progetti e percorsi di educazione alla pace, attraverso anche dei tavoli con le istituzioni della città, dando così sviluppo ad un iniziale gemellaggio con la città di Peje in Kosovo nei Balcani, che nel tempo ha portato ad una sempre più forte collaborazione tra le due scuole.

Da queste iniziative è nata poi l’associazione Docenti senza frontiere per ampliare e garantire il diritto allo studio. Condividendo i valori dell’associazione che mira a superare, abbattere gli ostacolidi di ogni tipo, culturali, geografiche, umane, politiche, per dare a tutti la possibilità dello studio. Aderire come scuola significa far entrare questa sensibilità e specifiche iniziative dentro l’identità della scuola stessa e renderla parte dell’offerta formativa; ma anche il singolo docente o il singolo genitore possono aderire e condividere i valori e la mission.

Ogni anno l’associazione DSF promuove una campagna di sensibilizzazione e di autofinanziamento, attraverso il quaderno della solidarietà, realizzato ad hoc, per sostenere le attività all’estero.

La campagna di sensibilizzazione dei quaderni “etici, neutri e solidali” intende promuovere un cambiamento all’interno delle scuole attraverso il coinvolgimento delle famiglie come parte attiva del patto educativo con l’istituto di appartenenza.

Aderire alla Campagna “Quaderni Solidali” significa non solo sostenere il Diritto allo studio e i progetti di solidarietà, ma anche dare alle scuole la possibilità di ricevere da parte di Docenti Senza Frontiere percorsi e iniziative con l’obiettivo ultimo di allenare i giovani a quel necessario confronto costruttivo con persone, popoli e altre culture che costituiscono la realtà nella quale viviamo.

Oggi l’associazione ha realizzato progetti in tanti Paesi, quali la Tanzania, Uganda, Kenia, Nepal per realizzare attività di supporto all’istruzione e allo studio.

Le diverse attività sono interculturali e transculturali, per cui diventano percorsi di educazione civica, in senso soprattutto di educazione alla cittadinanza.

L’associazione DSF offre almeno una UdA che può essere realizzata da tutti durante l’anno scolastico.

La sua esperienza internazionale le fa vedere la scuola italiana da un alto come una realtà ricchissima per le capacità, preparazione e passione degli insegnanti e dall’altro la mancanza di visione lunga e coordinata del sistema scolastico; troppo spesso ci sono interventi politici di corto respiro, fatti a spot e magari per motivi di puro rendiconto elettorale. La scuola italiana merita di più

Lucia Morrone: l’insegnamento dell’italiano e il sostegno

La prof.sa Lucia Morrone insegna italiano e storia al liceo di scienze umane di Santorre di Santa Rosa di Torino e anche il sostegno con due studenti. Ha raccontato ad Insegnanti al microfono come la sua è una esperienza molto ampia che le permette sia di lavorare con diverse situazioni degli alunni sia ricevendo da loro una ‘doppia’ carica motivazionale.

L’esperienza di insegnare sul sostegno le ha dato una ricchissima esperienza e competenza umana e professionale. Ha così ampliato le diverse modalità di insegnamento che il sostegno impone al docente e che diventano delle competenze umane che si rivelano utilissime e fondamentali anche nella vita umana. Lavorare con le persone diversamente abili stimola ad entrare in sintonia, in relazione, in empatia con queste persone, a cui non basta la materia ma occorre lavorare sulla e con la persona.

Purtroppo nel mondo della scuola ci sono tanti colleghi che ‘snobbano’ il ruolo dell’insegnante di sostegno, altri avendo ‘paura’ delle persone diversamente abili non sanno come comportarsi nè come affrontarli e quindi non si sentono capaci e pronti a relazionarsi con questi alunni, altri lo fanno per necessità lavorativa e altri per fortuna, ma sono pochi, lo fanno per vera passione e motivazione. Infatti ogni anno sono sempre troppo pochi i docenti preparati e pronti a fare il ruolo del sostegno.

La sua materia specifica di Lettere classiche, quali latino e greco, le permettono di presentare e guardare alla letteratura sia italiana che classica latino e greco, come un modello di interpretazione di se stessi e della storia. del mondo. Occore studiare lingua e letteratura italiana come strumento e occasione per vivere poi la vita quotidiana e acquisire competenze critiche di lettura di ciò che accade nella società e nel mondo. Inoltre approfitta per lavorare con goi alunni per fargli apprezzare l’attualità anche del latino e del greco.

Lei offre diversi progetti di incontro con l’autore così da facilitare il dialogo, specialmente se sono libri con tematiche legate all’attualità e alle problematiche dell’adolescenza. Ascoltare e leggere i libri aiuta molto a rendere liberi, ad acquisire indipendenza di pensiero e di capacità critica, così importante per diventare uomini e cittadini. Gli autori del passato diventano le lenti con cui guardare, capire, criticare, giudicare anche il presente e progettare il futuro.

La sua visione della scuola trova nei docenti una ricchezza fondamentale, mentre la troppo numerosità di alunni nella singole classi e un’alta percentuale di DSA o diversamente abili, rende difficile la gestione del gruppo classe e di proporre una didattica personalizzata.

Francesca Scasciamacchia: l’insegnamento nella scuola primaria

La maestra Francesca Scasciamacchia è una giovane insegnante della scuola primaria Petrarca, plesso che fa parte dell’IC Montagnola-Gramsci di Firenze. Ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua scelta di intraprendere la professione di insegnante della scuola primaria. Da sempre si è relazionata con i bambini fin da giovanissima come volontaria ed animatrice. Fare la maestra quindi è stata una scelta coerente e spontanea. E’ oggi di ruolo e carica di entusiasmo e di passione per questa professione.

Ha avuto la fortuna di ritornare ogni anno sempre nella stessa scuola e così di poter avere una continuità didattica, ma non sempre è possibile avere questa fortuna.

Il motivo per cui ha scelto questo mestiere è il fatto di poter stare a contatto ogni giorno con i bambini, poter contribuire alla loro crescita umana e culturale. Invece con il corpo docente il rapporto è altalenante in quanto non tutti i docenti sono attenti e accoglienti con i nuovi arrivati e a volte si fa fatica ad entrare nel meccanismo del sistema scuola, anche perchè la formazione universitaria non aiuta in questo. L’università offre un percorso molto incentrato sulla materia da insegnare, sulla competenza disciplinare e molto poco sul mondo concreto della scuola. Così quando si arriva a varcare per la prima volta la soglia del proprio istituto ci si trova in un mondo totalmente nuovo, con pratiche, regole, competenze che si devono apprendere ogni giorno, sperando nell’aiuto e nella pazienza dei colleghi e del dirigente.

Purtroppo scuola ed università sono ancora due mondi troppo scollegati.

Nella primaria Petrarca, che si trova in una zona periferica della città, ci sono tante situazioni personali e familiari degli alunni molto variegate e a volte socialmente difficili e complicate, per questo il Comune sostiene diversi progetti ed iniziative per supportare sia la scuola che le famiglie.

Un progetto molto interessante è quello realizzato col COmune e denominato “Le chiavi della città”, per cui si cerca di offrire ai bambini occasioni ed itinerari per conoscere la città e la storia così ricca di Firenze. Altrettanto validi sono i progetti sulla lingua italiana realizzati in collaborazione con l’Accademia della Crusca e della società “Dante Alighieri”.

Le diverse iniziative servono ad aiutare a creare un sempre migliore clima di classe, per aiutare i bambini ad imparare meglio.

Lavorare con i bambini è molto bello, anche se la classi sono troppo numerose e non si riesce a dare la giusta attenzione a ciascuno di loro, a programmare un percorso e un progetto formativo adatto alle caratteristiche personali.

Inoltre la scuola a volte è troppo lenta e ‘vecchia’ rispecchio alla vita e alle esigenze dei bambini, che a volte si annoiano proprioperchè sentono che il sistema sia un pò lontatno e diverso dalla loro vita quotidiana.

La maestra lavora molto con al tecnologia, che aiuta molto i bambini a sentirsi più vicini all’ambiente della vita quotidiana.

La sua proposta fondamentale è rafforzare il dialogo e il rapporto tra famiglia e scuola.

Maria Rosaria Grasso: scuola Ashoka, etwinning e innovazione d’avanguardia

La prof.ssa Maria Rosaria Grasso, insegnante di lettere presso l’IC s. Giorgio di Mantova, ha spiegato ad Insegnanti al microfono, la sua esperienza all’interno di una scuola che fa parte della rete delle scuole Ashoka, la rete delle scuole changemaker, sviluppa la creatività, l’empatia e l’emotività, l’imprenditorialità. Ci sono aule feng shui, progetti europei, scambi internazionali, ma anche un utilizzo della tecnologia e degli spazi funzionale ad una didattica più efficace. In psrticolare “il Feng Shui significa letteralmente “Vento e Acqua”. Nell’immaginario simbolico cinese sono questi i due elementi fondamentali che veicolano l’energia sulla terra; l’Acqua rappresenta la quiete e il riposo, mentre il vento è associato all’energia e al movimento. un luogo dove i ragazzi crescono apprendendo deve essere energeticamente stimolante. L’uso del colore secondo la teoria dei 5 elementi, acqua, legno, fuoco, terra e metallo, il rispetto, nell’uso del colore, delle direzioni magnetiche ed anche il posizionamento dello stesso secondo il modello dei quattro animali hanno migliorato la qualità energetica dell’aula, dando ad essa un aspetto più caldo ed accogliente. un luogo innovativo dove vengono sperimentati percorsi di apprendimento con l’utilizzo di tablet, computer, schermo interattivo e ambiente virtuale di apprendimento.
Non solo il registro elettronico, ormai da anni attivo a scuola, che consente di comunicare in tempo reale con le famiglie, non solo le lavagne interattive in ogni aula, non solo computer e tablet. Anche i banchi sono stati ridisegnati e rimodellati per consentire una didattica modulare basata sul cooperative learning.
Ci sono i libri digitali su tablet per ridurre il peso degli zaini, eliminando così la preoccupazione che la postura della colonna vertebrale venga alterata dal peso eccessivo. Le tecnologie in classe richiedono soprattutto un nuovo modo di fare scuola, la lezione frontale lascia spazio a metodologie più consone per un maggior coinvolgimento attivo degli alunni.“.

La sua scuola è stata tra le prime ad essere stata scelta, in quanto il meccanismo è una sorta di selezione su ‘nomination’ tra le scuole, che segnalano quelle più innovative e d’avanguardia, per cui viene riconosciuta la scuola con maggiori segnalazioni. Vuole essere quindi un processo di selezione di merito. La rete offre una grande opportunità di informazioni, scambi e confronti.

La stessa ricchezza di esperienze la vive ancora oggi attraverso la piattaforma etwinning. Una possibilità di conoscere e confrontarsi con altre scuole europee. Ha da poco concluso un progetto con una scuola greca, che ha permesso sia ai docenti che agli studenti di incontrarsi portando ognuno la ricchezza della propria diversità e peculiarità.

La scelta di partecipare ai percorsi sia di formazione che di gemellaggio su etwinning è sempre ben accolta da studenti, famiglie e anche dal corpo docente.

La scuola italiana ha negli insegnanti la sua più grande risorsa, tanti docenti che anche in silenzio e senza troppo guardare al tempo, si impegnano per una scuola che sia davvero educativa e stimolante.

La burocrazie, purtroppo, è la parte più faticosa e pesante. A volte toglie troppo tempo alla parte didattica e pedagogica.

Daniela Marzano: didattica con il cinema, membro dell’equipe formativa territoriale del MIUR per il PNSD

La docente Daniela Marzano insegna all’IC Malaspina di Massa e da due anni è tra i 120 esperti selezionati dal MIUR a livello nazionale per portare avanti il Piano Nazionale Scuola Digitale. Il PNSD è molto ampio e variegato, per aiutare gli insegnanti a superare una certa “diffidenza” verso la tecnologia. Molta attenzione e formazione è stata fatta da anni su alcune tematiche, quali i BES, o DSA o CLIL o altre metodi didattici. Questo PNSD vuole essere uno strumento per offrire metodologie innovative digitali, acquistando un approccio positivo ed entusiasta verso il digitale.

In questo contesto di DAD dispiace che gli insegnanti non abbiano utilizzato appieno le occasioni di formazione e crescita, del tutto gratuita in quanto offerta dal MIUR. Oggi il rischio con la DAD è semplicemente di trasferire online quello che era il metodo e approccio di prima, anche se ha costretto tanti docenti a fare i conti con la tecnologia.

La sua esperienza multidisciplinare ha trovato nel cinema una passione e un metodo che poi ha applicato anche in classe. Utilizza i video, il doppiaggio, il montaggio, i cortometraggi, la musica per poter coinvolgere con gioia ed efficienza i suoi studenti. E’ convinta che il linguaggio e la comunicazione cinematografica siano uno strumento formidabile per la didattica attiva e partecipativa, che stimola l’autonomia e la creatività.

Oggi occorre una media education: con i media, ai media e per i media. Tanto da parlare oggi di media literacy

Altro aspetto importante con il digitale e la DAD è il tema della valutazione. Va esclusa la valutazione sommativa, perchè non è possibile attuarla. Bisogna fare una valutazione formativa, che è un percorso, una serie di passaggi, di feedback, di momenti che nel tempo danno segnali di un processo formativo che sta migliorando e crescendo.

Guardando la scuola italiana la docente riconosce la grande passione educativa e la professionalità dei docenti. Non nel senso della vocazione all’insegnamento, ma della professionalità nel senso di ogni lavoro.

Dal punto di vista negativo, la scuola italiana dovrebbe migliorare il contratto lavorativo, che è ferma ad un contesto orami passato e cambiato.

Laura Ricciardi: didattica montessoriana all’IC F.lliTrillini di Osimo

La maestra Laura Ricciardi, insegnante all’IC Trillini di Osimo, Ancona, ha raccontato ad Insegnanti al microfono la sua particolare passione e interesse alla didattica e pedagogia montessoriana. Oltre a questo metodo, applica anche il Cooperative Learning, così in questo approccio molto ampio riesce a raggiungere tutti, ad accogliere e rispondere alle esigenze di tutti.

La sua attenzione alla metodologia inclusiva è parte di una strategia di tutta la sua scuola, per cui c’è un continuo scambio e aiuto tra colleghi. Ad esempio le classi 1^ hanno lavorato con le classi 3^, utilizzando la piattaforma di Google classroom.

Un progetto molto inclusivo e interessante è il progetto “Le parole della scienza“, nato nel 1999 dal MIUR, ha una rete ampia di scuole, guidata dall’ Itis Merloni di Fabriano e coordinata dal prof. Valitutti. Questo progetto ha l’obiettivo dell’alfabetizzazione scientifica attraverso un curriculo verticale. Il suo scopo è quello di “mettere in atto e condividere metodologie e strumenti per nuove modalità di insegnamento delle scienze”. Lavora per competenze e si basa su 5 parole chiave: oggetto, proprietà, materiale, interazione e sistema. Quindi ogni disciplina si può cimentare su un qualsiasi argomento avendo queste 5 parole come orizzonte. Si usa l’essenziale delle parole per ottenere il massimo della comprensione. Gli alunni fanno delle investigazioni vere e proprie sulle parole, si parla poco ma si agisce di più, si collabora per cercare. Ad esempio con i bambini si è scelto il concetto di forza, ma senza dare la definizione si è lasciato a loro il compito di capire, cercare, interrogarsi collaborando con i compagni, in gruppo, svolgendo osservazioni dirette, investigazioni ed esperimenti collegati al proprio vissuto sensoriale.

Secondo la maestra Laura, la scuola italiana sta facendo delle scelte importanti, soprattutto con l’attenzione alle competenze come si legge sulle Linee guida nazionali, mettendo lo studente al centro.

Invece i limiti sono dovuti alle strutture limitate e vecchie, i docenti sono pochi e hanno un alto turn over e infine le classi sono troppo numerose. Con la situazione di oggi, è necessario avere un numero limitato di alunni per poter dare loro un’attenzione giusta ed efficace. Dobbiamo insegnare ai bambini a parlare, a rispettare gli altri, a costruire un futuro migliore

Asteria Bramati all’Itsos-MarieCurie di Cernusco: la neuropedagogia nella didattica

La prof.ssa Asteria Bramati, insegnante di Scienze umane presso l’IIS Itsos- M. Curie di Cernusco sul Naviglio, MI. Ha una lunga esperienza decennale nella scuola e nella sua specificità nel sostegno, come ha raccontato ad Insegnanti al microfono, ha incontrato una specifica disciplina: la neuropedagogia. Una disciplina innovativa e trasversale, che permette di approfondire e lavorare con tante altre materia scolastiche, quali la psicologia, la sociologia, la religione, la filosofia.

Oggi serve una scuola globale, invece la nostra scuola è fondata su un sapere specialistico. Servono contaminazioni tra i saperi, per questo la neuropedagogia aiuta a sviluppare questa prospettiva. Studiare il cervello nell’ottica della scuola, incuriosisce anche gli stessi studenti, che amano sapere come funziona il proprio cervello, anche alla luce delle nuove tecnologie che influenzano sull’operatività del cervello.

C’è il rischio di pensare che questo approccio sia troppo teorico e lontano dalla vita quotidiana della scuola. Invece i contributi di Giacomo Rizzolatti, famoso per la scoperta dei neuroni specchio, ci mostrano come la conoscenza non avviene solo col cervello ma anche col corpo, con tutta la nostra persona. Conoscere anche le idee di Vittorio Gallese, piuttosto di De Haan.

La neuropedagigia come dice la prof.sa Bramati “integra il sapere sociale-educativo della pedagogia e il sapere biologico della neurologia, alla luce dei processi storici, valoriali, filosofici, morali e spirituali; gli ambiti su cui si sviluppa sono molto articolati e spaziano dallo studio delle abilità di lettura e scrittura (Wolf, 2018), all’apprendimento musicale(Ashley, 2009), alle competenze matematiche (Dehaene, 2018).

Genitori e insegnanti si lamentano, spesso, della scarsa capacità di concentrazione dei loro figli e allievi. Conoscere come si sviluppa e funziona il cervello dei più giovani, può fornire delle utili indicazioni per migliorare l’attenzione dei giovani, anche, in ambito scolastico. Al centro della “rivoluzione neurocognitiva”(Oliverio, 2018) vi sono “le funzioni esecutive” , cioè l’insieme dei processi mentali che consentono ad una persona di esercitare forme di autocontrollo, di attenzione su un particolare compito, e infine, di trattenere in memoria una esperienza, traducendola, quando necessario, in azione.

Se è vero che la neuropedagogia fornisce, delle valide indicazioni metodologiche per aiutare a comprendere lo sviluppo cognitivo dei più giovani, é altrettanto vero, che “non esiste la risposta”(Gallese, 2019) le soluzioni pedagogiche sono plurime ed articolate, sta poi, all’insegnante renderle adeguate al contesto-classe e più efficienti”.

Per chi volesse approfondire i temi e condividere gli interessi e l’attività di Asteria, potete contattarla direttamante asteria.bramati@itsos-mariecurie.it

Per approfondimenti: http://www.anfis.it, http://www.oppi.it

Qui un suo contributo:

La neuropedagogia

“L’intelligenza non si costruisce dall’esterno: i bambini non sono dei vasi vuoti da modellare e riempire o specchi che riflettono passivamente l’esterno, ma, sono soggetti attivi che scelgono le immagini del mondo esterno essendo “prodigiosamente” capaci di impadronirsene grazie alla loro mente assorbente.” (M.Montessori, 1913).[1] Questa affermazione della pedagogista Maria Montessori ci fa capire come sia importante conoscere il funzionamento della mente dei giovani per costruire una azione didattica efficace e rispondente alle loro esigenze.

Le più moderne tecniche mediche consentono, sempre, di più di conoscere il funzionamento del cervello; sono, ormai, molti i consigli che le neuroscienze cognitive suggeriscono a chi si occupa di didattica. Dall’incontro tra le neuroscienze e l’educazione, sono nati diversi filoni di ricerca che vengono etichettati con il termine” neurodidattica”(Rivoltella, 2012)[2].

In particolare, Io mi propongo di diffondere la neuropedagogia. Essa integra il sapere sociale-educativo della pedagogia e il sapere biologico della neurologia, alla luce dei processi storici, valoriali, filosofici, morali e spirituali; gli ambiti su cui si sviluppa sono molto articolati e spaziano dallo studio delle abilità di lettura e scrittura (Wolf, 2018), all’apprendimento musicale(Ashley, 2009), alle competenze matematiche (Dehaene, 2018).

Genitori e insegnanti si lamentano, spesso, della scarsa capacità di concentrazione dei loro figli e allievi. Conoscere come si sviluppa e funziona il cervello dei più giovani, può fornire delle utili indicazioni per migliorare l’attenzione dei giovani, anche, in ambito scolastico. Al centro della “rivoluzione neurocognitiva”(Oliverio, 2018) vi sono “le funzioni esecutive” , cioè l’insieme dei processi mentali che consentono ad una persona di esercitare forme di autocontrollo, di attenzione su un particolare compito, e infine, di trattenere in memoria una esperienza, traducendola, quando necessario, in azione.

Se è vero che la neuropedagogia fornisce, delle valide indicazioni metodologiche per aiutare a comprendere lo sviluppo cognitivo dei più giovani, é altrettanto vero, che “non esiste la risposta”(Gallese, 2019) le soluzioni pedagogiche sono plurime ed articolate, sta poi, all’insegnante renderle adeguate al contesto-classe e più efficienti.”


[1]M. Montessori, Il segreto dell’infanzia, Garzanti, 2014

[2]P. C. Rivoltella, Neurodidattica, ed. Cortina, 2012

La gioia nell’osservare e nel comprendere è il dono più bello
della natura (A. Einstein)

di Asteria Bramati
Il cervello non è un computer, ma, se dovessimo paragonarlo ad
una macchina resteremmo impressionati dalla sua rapidità di
avviamento. Ciò è dovuto al fatto che il cervello è sempre in
movimento e vive di “momenti cognitivi” che gli permettono di
guidarci nelle decisioni che in ogni istante compiamo nella nostra
vita. La sua attività corrente può renderlo più sensibile ad uno stimolo esterno, e in tal caso si
parla di vigilanza, oppure a una conoscenza in entrata, e in tal caso si parla di risonanza
cognitiva, che ha luogo quando ciò che abbiamo appreso si inserisce perfettamente nei nostri
schemi di pensiero. All’inverso, quando ciò che abbiamo imparato entra in conflitto con i nostri
schemi di pensiero, si verifica la dissonanza cognitiva, che nuoce gravemente
all’apprendimento. Infine, nel caso in cui non sia ciò che abbiamo appreso, ma, sia
semplicemente lo stimolo sensoriale fuori della nostra attenzione, si parla di “cecità
attenzionale”.
L’esperimento del gorilla bianco
Un esempio molto noto ci fa capire quando si verifica quest’ultimo è l’esperimento del gorilla
bianco. Viene proposto un video in cui due squadre di basket, l’una in grigio l’altra in bianco,
fanno dei passaggi con la palla. Lo spettatore è invitato a contare il numero dei passaggi che fa
la squadra bianca. A un certo punto della partita, sul campo da gioco passa un uomo travestito
da gorilla bianco. Al termine del video, si comunica il numero esatto e si chiede se è stato
notato qualcosa di strano: la maggioranza dei soggetti non ha notato nulla, perché troppo
impegnata a contare i passaggi. Il loro cervello ha visto qualcosa, ma il compito che stava
svolgendo ha bloccato l’accesso di quell’informazione alla mente cosciente, che è uno spazio
limitato e ha bisogno di concentrazione per portare a compimento il compito che gli è stato
assegnato.
Come dimostra questo famoso esperimento, la mente umana è uno “spazio di lavoro” capace di
contenere una cosa sola alla volta. Un grande numero di oggetti mentali (o “noemi” li
chiamerebbe Husserl) combattono nella nostra mente una lotta incessante, che oggi avviene
soprattutto nella realtà virtuale-digitale.
Ma è solo uno il noema che può vincere e avere accesso alla coscienza. Questo oggetto
vincente può essere aiutato dalla nostra attenzione o da uno stimolo esterno. Giocare a scuola
su questo, cioè dare dei significati valoriali alle parole-vincenti è indispensabile, come ci insegna
il recente libro di Marco Balzano “Le parole sono importanti”, Einaudi 2019.
L’attenzione focalizzata e non focalizzata
Un altro riferimento pedagogico, oltre quello del gorilla bianco, che ci permette di capire come la
mente agisca è espressa da una bella metafora orientale. In questa metafora la mente viene
paragonata all’acqua. Essa può essere agitata o calma. Se immaginiamo la mente come il mare
e il messaggio come un’onda, in un mare agitato l’onda non lascerà alcuna traccia; in un mare
calmo verrà trasmessa perfettamente.
Se l’introspezione è un passo insostituibile per progredire nella conoscenza della mente,

l’attività mentale in sé non è cosciente, anzi è perlopiù inconscia,
perché la maggior parte delle azioni e delle decisioni sono automatiche
e incoscienti. Ma é solo grazie alla consapevolezza che possiamo
decidere come procedere,” dove mettere i piedi”. La coscienza ci dà
l’opportunità di compiere scelte e cambiamenti. Da qui l’importanza
anche nel contesto scolastico di incentrare l’azione didattica sulla
l’attenzione focalizzata, intesa come quella capacità di trasformare
l’informazione in consapevolezza. Essa ci permette di prendere
decisioni ponderate, mentre, monitoriamo la situazione con più
chiarezza per apportare modifiche con maggiore intenzionalità ed
efficacia.
Ma, come gli scienziati sottolineano, non bisogna trascurare il ruolo che
ha nel processo pedagogico anche l’attenzione non focalizzata: essa
indirizza i flussi di energia con modalità che non li fanno pervenire alla
coscienza, innescando una sorta di “pilota automatico”, permettendoci di compiere più azioni
contemporaneamente, di cui l’una a livello inconscio e l’altra a livello conscio.
Ecco un esempio per capire il suo funzionamento: se durante una passeggiata non
inciampiamo incontrando qualcuno è grazie al pilota automatico. Questa duplice azione di
camminare (senza inciampare) e parlare con qualcuno può essere compiuta poiché la mente
non conscia provvede a evitare gli ostacoli per aiutarci a sopravvivere lungo il percorso. La
dimensione non conscia della nostra mente effettua il monitoraggio del sentiero anche se la
nostra mente conscia. La consapevolezza presente in quel momento, non è occupata dalle
immagini visive del sentiero stesso: siamo occupati a parlare.
L’attenzione non focalizzata é un fattore molto importante che deve essere considerato quando
si costruisce l’azione didattica. Essa può influenzare il comportamento fino al punto di diventare
distrazione, come durante lo sforzo di rimanere concentrati. Gli studenti (come nell’esperimento
del gorilla bianco) sono spesso, vittima della distrazione, dettata dai ritmi dei loro dispositivi
elettronici che li guidano in un vortice di messaggi inconsci che li fanno “inciampare”. I loro
comportamenti sono guidati dall’attenzione non focalizzata.
Nella vita quotidiana sia l’attenzione focalizzata sia l’attenzione non focalizzata, comportano un
processo valutativo che attribuisce importanza ai pattern di energia e al valore informativo nel
loro emergere momento per momento. Bisogna fare capire ai giovani che entrambe sono
necessarie, per guidarci nelle nostre azioni e che deve esserci un giusto bilanciamento di
entrambe. Anche neurologicamente nel cervello le regioni deputate alla focalizzazione
dell’attenzione e all’importanza degli eventi sono interconnesse a livello sia strutturale sia
funzionale.
L’attenzione è direttamente influenzata da questo processo di valutazione, dalla salienza o dagli
eventi che accadano nella nostra vita. Per orientarci nel mondo dobbiamo agire in termini di
attenzione volontaria e non volontaria e tale meccanismo di monitoraggio avviene
automaticamente e momento per momento, senza che ci accorgiamo del suo funzionamento.
Facciamo un esempio: se ripensiamo a distanza di giorni a qualcosa che ci è capitato di
recente, come una discussione con una persona cara tornano alla mente, senza neppure
accorgersene, sia gli eventi (la routine) che ci sono capitati sia la discussione con i relativi
sentimenti che l’hanno accompagnata. In questo vediamo la distinzione tra consapevolezza e
attenzione.
Siamo costantemente impegnati nell’attenzione non focalizzata (il pilota automatico che ci guida
a fare le stesse azioni tutti i giorni) ma è invece la consapevolezza e la messa a fuoco di un
evento (in questo caso la discussione con una persona cara) che ci permette di conoscere e di
dare salienza (rilevanza) a ciò che viviamo.
I sentimenti catturano la nostra attenzione, portandoci a conoscere ed a apprendere. Gli
studenti conoscono tramite i sentimenti che gli vengono trasmessi. Lo stesso termine conoscere
fa riferimento ad una qualità sentita (felt) in noi stessi.
Gli scienziati (Damasio, 2018) sottolineano che questo sentire, il conoscere passa non solo
dalla nostra mente, ma, dall’intero corpo. All’interno del cervello è difatti presente il tronco
encefalico una parte, la più antica e posta in profondità, che riceve i primi input dei segnali
corporei e che permette di elaborare le informazioni-rappresentazioni che elabora la nostra
mente. La stessa parola informazione, (a scuola si trasmettono soprattutto informazioni) diventa

centrale. In-formazione significa (Singel, 2018) svelare l’informazione che abbiamo davanti e
stabilirne” l’importanza rispetto al viaggio che ci attende”. L’informazione é un pattern, uno
schema mentale dotato di valenza simbolica che ci permette di orientarci nel mare degli stimoli
sia fisici sia mentali (oggi soprattutto virtuali) che la nostra mente percepisce. Quando siamo
consapevoli dell’informazione, possiamo riflettere sul suo significato e scegliere come
rispondervi.
Il gorilla invisibile (tratto da “Imparare, comunicare, osservare”)
Video tratto da Lancini, Cirillo, Virdis – Imparare, comunicare, osservare, Zanichelli S.p.A., 2015
https://youtu.be/Y_fMXi2z1Zs
Il gorilla invisibile. E altri modi in cui le nostre intenzioni ci ingannano, di Christopher
Chabris,Daniel Simons, ed. il Sole 24 Ore , 2019