Federica Patti: tecnologia e manualità per la didattica a scuola

La prof.ssa Federica Patti è un’architetta che dopo la laurea, e dieci anni di libera professione, non avrebbe mai immaginato di insegnare nella scuola media e che insegnare sarebbe stato così bello. Chiamata per una supplenza la prima volta nel settembre del 2011, ne è rimasta così affascinata che non l’ha più mollata. Oggi dice che non tornerebbe mai indietro a fare la libera professione o a insegnare all’università, come ha fatto per qualche anno.

Le piace la cosiddetta scuola media, in quanto hai la responsabilità di centinaia di adolescenti nella fase fondamentale della loro crescita. Questo compito è appagante e impagabile.

Purtroppo la fatica è quella di essere ancora precaria, e ogni anno dover cambiare scuola e classi. Non ha la fortuna o la opportunità di entrare in una classe già conosciuta, lasciata a Giugno e ripresa a Settembre.

E’ però convinta che questa precarietà abbia anche un risvolto positivo: si conoscono tante comunità scolastiche diverse, colleghi con stili e approcci variegati, dirigenti scolastici con metodo di governo e didattico differente.

Ha nove classi che vede due ore a settimana ognuna, e quindi incontra tante ragazze e ragazzi, e con la sua materia cerca sempre di interessare e catturare la loro attenzione, anche se non sempre ci riesce (come tutti gli insegnanti). La Tecnologia la approccia a partire dalla storia, cioè la storia dell’evoluzione dell’Uomo e cerca di far comprendere agli studenti quanto ogni innovazione nella storia abbia avuto un impatto nella vita personale e sociale.

Unisce la tecnologia digitale a quella manuale. Li stimola facendoli disegnare a mano utilizzando la squadra, convinta che occorre continuare a coltivare e sviluppare la capcità tattile, visiva, manuale della disciplina e non solo usare Internet e gli specifici software di disegno.

Secondo la prof. sa Patti oggi c’è molta povertà di linguaggio e quando la tecnologia si stacca dal linguaggio, dal contesto storico, perde il suo valore e significato.

Lei non è preocciupata o angosciata di fare tante cose del programma, ma pianifica quelle attività che facciano ottenre competenze e capacità di riflessione sui problemi.

Afferma che lo zaino è la cartina tornasole della scuola media: il suo peso segnala quanto poco sia gestita la mattinata, le lezioni in modo collaborativo e coordinato. Oggi la scuola è molto segmentata.

Provoca anche affermando che il contratto dei docenti è una contraddizione, è anacronistico perchè pensato per una scuola e una società degli anni ’70, oggi molto diversa.

Un altro aspetto da cambiare è la mancanza di ‘passaggio di consegne’ tra colleghi, nel senso che chi lascia una classe non dà al collega entrante la consegna delle attività e obiettivi fatti e realizzati, si arriva senza saper nulla e si lascia senza spiegare ad altri il lavoro fatto.

Un’altra esperienza molto significativa per lei è stata l’insegnamento in carcere. Una realtà molto particolare che chiede impegno e competenze e attenzioni diverse, e premia con soddisfazioni diverse.

Infine il suo pensiero sulla valutazione riguarda tutto: il processo, il risultato, la tempistica delle consegne, il comportamento, lo stile e il metodo di lavoro. Così riesce ad avere alla fine dell’anno anche otto, nove valutazioni per alunno e alunna. Ed è molto critica anche sul sistema di reclutamento degli insegnanti: troppo riduttivo il concorso a crocette.

Nel suo caso dopo aver ottenuto anche un dottorato e aver insegnato tanti anni in classe, cosa dimostrare ancora di più?

Ilaria Basile: maestra e formatrice

Ilaria Basile, nasce come formatrice e per tanti anni ha svolto questo ruolo di formazione e orientamento al mondo del lavoro. Ad Insegnanti al microfono ha raccontato che il suo sogno era di fare la maestra, e così è riuscita a coronarlo iniziando la sua carriera scolastica presso l’IC “Europa unita” di Arese, in provincia di Milano. specializzandosi sul sostegno e l’area dell’infanzia. Da quest’anno è stata distaccata al Provveditorato di Milano, per seguire l’area dell’orientamento al lavoro.

Secondo la sua esperienza diretta in classe, ha constatato che l’area dei Bisogni Educativi Speciali, occorre maggiore preparazione dei docenti, perchè non gli alunni BES non sono solo a carico dell’insegnante di sostegno, ma di tutto il corpo docenti. Occorre lavorare su tutta la gamma di Bisogni Speciali.

Un altro aspetto fondamentale del lavoro di docente è la capacità di collaborare, sia dentro al scuola sia fuori, nel territorio. In questa prospettiva anche la motivazione del docente è essenziale, in quanto lo rende più capace di insegnare, trasmettere, coinvolgere, relazionarsi. Un docente motivato “crea” uno studente motivato

Il ruolo dell’insegnante richiede non solo la formazione ma anche la capacità di relazione emotiva, di empatia con gli alunni e alunne. Deve capire la potenzialità e le caratteristiche di ciascun allievo così da fargli percorrere sentieri appropriati ed efficaci.

Nel suo lavoro quotidiano utilizza diverse metodologie, quali il cooperative learning, la classe aperta, il tuor tra pari e il coding. Tutti strumenti che rendono attivo lo studente e lo pongono al centro.

Il suo ruolo al Provveditorato le ha permesso di avere uno sguardo ampio sulle diverse scuole.

La scuola italiana, secondo Ilaria, ha nei docenti la sua risorsa principale, la sua forza. Tanti docenit appassionati e preparati nel loro lavoro. Dall’altra parte invece la scuola italian dovrebbe collaborare maggiormente con il territorio, con gli enti e le altre realtà educative del territorio.

Lucia Morrone: l’insegnamento dell’italiano e il sostegno

La prof.sa Lucia Morrone insegna italiano e storia al liceo di scienze umane di Santorre di Santa Rosa di Torino e anche il sostegno con due studenti. Ha raccontato ad Insegnanti al microfono come la sua è una esperienza molto ampia che le permette sia di lavorare con diverse situazioni degli alunni sia ricevendo da loro una ‘doppia’ carica motivazionale.

L’esperienza di insegnare sul sostegno le ha dato una ricchissima esperienza e competenza umana e professionale. Ha così ampliato le diverse modalità di insegnamento che il sostegno impone al docente e che diventano delle competenze umane che si rivelano utilissime e fondamentali anche nella vita umana. Lavorare con le persone diversamente abili stimola ad entrare in sintonia, in relazione, in empatia con queste persone, a cui non basta la materia ma occorre lavorare sulla e con la persona.

Purtroppo nel mondo della scuola ci sono tanti colleghi che ‘snobbano’ il ruolo dell’insegnante di sostegno, altri avendo ‘paura’ delle persone diversamente abili non sanno come comportarsi nè come affrontarli e quindi non si sentono capaci e pronti a relazionarsi con questi alunni, altri lo fanno per necessità lavorativa e altri per fortuna, ma sono pochi, lo fanno per vera passione e motivazione. Infatti ogni anno sono sempre troppo pochi i docenti preparati e pronti a fare il ruolo del sostegno.

La sua materia specifica di Lettere classiche, quali latino e greco, le permettono di presentare e guardare alla letteratura sia italiana che classica latino e greco, come un modello di interpretazione di se stessi e della storia. del mondo. Occore studiare lingua e letteratura italiana come strumento e occasione per vivere poi la vita quotidiana e acquisire competenze critiche di lettura di ciò che accade nella società e nel mondo. Inoltre approfitta per lavorare con goi alunni per fargli apprezzare l’attualità anche del latino e del greco.

Lei offre diversi progetti di incontro con l’autore così da facilitare il dialogo, specialmente se sono libri con tematiche legate all’attualità e alle problematiche dell’adolescenza. Ascoltare e leggere i libri aiuta molto a rendere liberi, ad acquisire indipendenza di pensiero e di capacità critica, così importante per diventare uomini e cittadini. Gli autori del passato diventano le lenti con cui guardare, capire, criticare, giudicare anche il presente e progettare il futuro.

La sua visione della scuola trova nei docenti una ricchezza fondamentale, mentre la troppo numerosità di alunni nella singole classi e un’alta percentuale di DSA o diversamente abili, rende difficile la gestione del gruppo classe e di proporre una didattica personalizzata.

Asteria Bramati all’Itsos-MarieCurie di Cernusco: la neuropedagogia nella didattica

La prof.ssa Asteria Bramati, insegnante di Scienze umane presso l’IIS Itsos- M. Curie di Cernusco sul Naviglio, MI. Ha una lunga esperienza decennale nella scuola e nella sua specificità nel sostegno, come ha raccontato ad Insegnanti al microfono, ha incontrato una specifica disciplina: la neuropedagogia. Una disciplina innovativa e trasversale, che permette di approfondire e lavorare con tante altre materia scolastiche, quali la psicologia, la sociologia, la religione, la filosofia.

Oggi serve una scuola globale, invece la nostra scuola è fondata su un sapere specialistico. Servono contaminazioni tra i saperi, per questo la neuropedagogia aiuta a sviluppare questa prospettiva. Studiare il cervello nell’ottica della scuola, incuriosisce anche gli stessi studenti, che amano sapere come funziona il proprio cervello, anche alla luce delle nuove tecnologie che influenzano sull’operatività del cervello.

C’è il rischio di pensare che questo approccio sia troppo teorico e lontano dalla vita quotidiana della scuola. Invece i contributi di Giacomo Rizzolatti, famoso per la scoperta dei neuroni specchio, ci mostrano come la conoscenza non avviene solo col cervello ma anche col corpo, con tutta la nostra persona. Conoscere anche le idee di Vittorio Gallese, piuttosto di De Haan.

La neuropedagigia come dice la prof.sa Bramati “integra il sapere sociale-educativo della pedagogia e il sapere biologico della neurologia, alla luce dei processi storici, valoriali, filosofici, morali e spirituali; gli ambiti su cui si sviluppa sono molto articolati e spaziano dallo studio delle abilità di lettura e scrittura (Wolf, 2018), all’apprendimento musicale(Ashley, 2009), alle competenze matematiche (Dehaene, 2018).

Genitori e insegnanti si lamentano, spesso, della scarsa capacità di concentrazione dei loro figli e allievi. Conoscere come si sviluppa e funziona il cervello dei più giovani, può fornire delle utili indicazioni per migliorare l’attenzione dei giovani, anche, in ambito scolastico. Al centro della “rivoluzione neurocognitiva”(Oliverio, 2018) vi sono “le funzioni esecutive” , cioè l’insieme dei processi mentali che consentono ad una persona di esercitare forme di autocontrollo, di attenzione su un particolare compito, e infine, di trattenere in memoria una esperienza, traducendola, quando necessario, in azione.

Se è vero che la neuropedagogia fornisce, delle valide indicazioni metodologiche per aiutare a comprendere lo sviluppo cognitivo dei più giovani, é altrettanto vero, che “non esiste la risposta”(Gallese, 2019) le soluzioni pedagogiche sono plurime ed articolate, sta poi, all’insegnante renderle adeguate al contesto-classe e più efficienti”.

Per chi volesse approfondire i temi e condividere gli interessi e l’attività di Asteria, potete contattarla direttamante asteria.bramati@itsos-mariecurie.it

Per approfondimenti: http://www.anfis.it, http://www.oppi.it

Qui un suo contributo:

La neuropedagogia

“L’intelligenza non si costruisce dall’esterno: i bambini non sono dei vasi vuoti da modellare e riempire o specchi che riflettono passivamente l’esterno, ma, sono soggetti attivi che scelgono le immagini del mondo esterno essendo “prodigiosamente” capaci di impadronirsene grazie alla loro mente assorbente.” (M.Montessori, 1913).[1] Questa affermazione della pedagogista Maria Montessori ci fa capire come sia importante conoscere il funzionamento della mente dei giovani per costruire una azione didattica efficace e rispondente alle loro esigenze.

Le più moderne tecniche mediche consentono, sempre, di più di conoscere il funzionamento del cervello; sono, ormai, molti i consigli che le neuroscienze cognitive suggeriscono a chi si occupa di didattica. Dall’incontro tra le neuroscienze e l’educazione, sono nati diversi filoni di ricerca che vengono etichettati con il termine” neurodidattica”(Rivoltella, 2012)[2].

In particolare, Io mi propongo di diffondere la neuropedagogia. Essa integra il sapere sociale-educativo della pedagogia e il sapere biologico della neurologia, alla luce dei processi storici, valoriali, filosofici, morali e spirituali; gli ambiti su cui si sviluppa sono molto articolati e spaziano dallo studio delle abilità di lettura e scrittura (Wolf, 2018), all’apprendimento musicale(Ashley, 2009), alle competenze matematiche (Dehaene, 2018).

Genitori e insegnanti si lamentano, spesso, della scarsa capacità di concentrazione dei loro figli e allievi. Conoscere come si sviluppa e funziona il cervello dei più giovani, può fornire delle utili indicazioni per migliorare l’attenzione dei giovani, anche, in ambito scolastico. Al centro della “rivoluzione neurocognitiva”(Oliverio, 2018) vi sono “le funzioni esecutive” , cioè l’insieme dei processi mentali che consentono ad una persona di esercitare forme di autocontrollo, di attenzione su un particolare compito, e infine, di trattenere in memoria una esperienza, traducendola, quando necessario, in azione.

Se è vero che la neuropedagogia fornisce, delle valide indicazioni metodologiche per aiutare a comprendere lo sviluppo cognitivo dei più giovani, é altrettanto vero, che “non esiste la risposta”(Gallese, 2019) le soluzioni pedagogiche sono plurime ed articolate, sta poi, all’insegnante renderle adeguate al contesto-classe e più efficienti.”


[1]M. Montessori, Il segreto dell’infanzia, Garzanti, 2014

[2]P. C. Rivoltella, Neurodidattica, ed. Cortina, 2012

La gioia nell’osservare e nel comprendere è il dono più bello
della natura (A. Einstein)

di Asteria Bramati
Il cervello non è un computer, ma, se dovessimo paragonarlo ad
una macchina resteremmo impressionati dalla sua rapidità di
avviamento. Ciò è dovuto al fatto che il cervello è sempre in
movimento e vive di “momenti cognitivi” che gli permettono di
guidarci nelle decisioni che in ogni istante compiamo nella nostra
vita. La sua attività corrente può renderlo più sensibile ad uno stimolo esterno, e in tal caso si
parla di vigilanza, oppure a una conoscenza in entrata, e in tal caso si parla di risonanza
cognitiva, che ha luogo quando ciò che abbiamo appreso si inserisce perfettamente nei nostri
schemi di pensiero. All’inverso, quando ciò che abbiamo imparato entra in conflitto con i nostri
schemi di pensiero, si verifica la dissonanza cognitiva, che nuoce gravemente
all’apprendimento. Infine, nel caso in cui non sia ciò che abbiamo appreso, ma, sia
semplicemente lo stimolo sensoriale fuori della nostra attenzione, si parla di “cecità
attenzionale”.
L’esperimento del gorilla bianco
Un esempio molto noto ci fa capire quando si verifica quest’ultimo è l’esperimento del gorilla
bianco. Viene proposto un video in cui due squadre di basket, l’una in grigio l’altra in bianco,
fanno dei passaggi con la palla. Lo spettatore è invitato a contare il numero dei passaggi che fa
la squadra bianca. A un certo punto della partita, sul campo da gioco passa un uomo travestito
da gorilla bianco. Al termine del video, si comunica il numero esatto e si chiede se è stato
notato qualcosa di strano: la maggioranza dei soggetti non ha notato nulla, perché troppo
impegnata a contare i passaggi. Il loro cervello ha visto qualcosa, ma il compito che stava
svolgendo ha bloccato l’accesso di quell’informazione alla mente cosciente, che è uno spazio
limitato e ha bisogno di concentrazione per portare a compimento il compito che gli è stato
assegnato.
Come dimostra questo famoso esperimento, la mente umana è uno “spazio di lavoro” capace di
contenere una cosa sola alla volta. Un grande numero di oggetti mentali (o “noemi” li
chiamerebbe Husserl) combattono nella nostra mente una lotta incessante, che oggi avviene
soprattutto nella realtà virtuale-digitale.
Ma è solo uno il noema che può vincere e avere accesso alla coscienza. Questo oggetto
vincente può essere aiutato dalla nostra attenzione o da uno stimolo esterno. Giocare a scuola
su questo, cioè dare dei significati valoriali alle parole-vincenti è indispensabile, come ci insegna
il recente libro di Marco Balzano “Le parole sono importanti”, Einaudi 2019.
L’attenzione focalizzata e non focalizzata
Un altro riferimento pedagogico, oltre quello del gorilla bianco, che ci permette di capire come la
mente agisca è espressa da una bella metafora orientale. In questa metafora la mente viene
paragonata all’acqua. Essa può essere agitata o calma. Se immaginiamo la mente come il mare
e il messaggio come un’onda, in un mare agitato l’onda non lascerà alcuna traccia; in un mare
calmo verrà trasmessa perfettamente.
Se l’introspezione è un passo insostituibile per progredire nella conoscenza della mente,

l’attività mentale in sé non è cosciente, anzi è perlopiù inconscia,
perché la maggior parte delle azioni e delle decisioni sono automatiche
e incoscienti. Ma é solo grazie alla consapevolezza che possiamo
decidere come procedere,” dove mettere i piedi”. La coscienza ci dà
l’opportunità di compiere scelte e cambiamenti. Da qui l’importanza
anche nel contesto scolastico di incentrare l’azione didattica sulla
l’attenzione focalizzata, intesa come quella capacità di trasformare
l’informazione in consapevolezza. Essa ci permette di prendere
decisioni ponderate, mentre, monitoriamo la situazione con più
chiarezza per apportare modifiche con maggiore intenzionalità ed
efficacia.
Ma, come gli scienziati sottolineano, non bisogna trascurare il ruolo che
ha nel processo pedagogico anche l’attenzione non focalizzata: essa
indirizza i flussi di energia con modalità che non li fanno pervenire alla
coscienza, innescando una sorta di “pilota automatico”, permettendoci di compiere più azioni
contemporaneamente, di cui l’una a livello inconscio e l’altra a livello conscio.
Ecco un esempio per capire il suo funzionamento: se durante una passeggiata non
inciampiamo incontrando qualcuno è grazie al pilota automatico. Questa duplice azione di
camminare (senza inciampare) e parlare con qualcuno può essere compiuta poiché la mente
non conscia provvede a evitare gli ostacoli per aiutarci a sopravvivere lungo il percorso. La
dimensione non conscia della nostra mente effettua il monitoraggio del sentiero anche se la
nostra mente conscia. La consapevolezza presente in quel momento, non è occupata dalle
immagini visive del sentiero stesso: siamo occupati a parlare.
L’attenzione non focalizzata é un fattore molto importante che deve essere considerato quando
si costruisce l’azione didattica. Essa può influenzare il comportamento fino al punto di diventare
distrazione, come durante lo sforzo di rimanere concentrati. Gli studenti (come nell’esperimento
del gorilla bianco) sono spesso, vittima della distrazione, dettata dai ritmi dei loro dispositivi
elettronici che li guidano in un vortice di messaggi inconsci che li fanno “inciampare”. I loro
comportamenti sono guidati dall’attenzione non focalizzata.
Nella vita quotidiana sia l’attenzione focalizzata sia l’attenzione non focalizzata, comportano un
processo valutativo che attribuisce importanza ai pattern di energia e al valore informativo nel
loro emergere momento per momento. Bisogna fare capire ai giovani che entrambe sono
necessarie, per guidarci nelle nostre azioni e che deve esserci un giusto bilanciamento di
entrambe. Anche neurologicamente nel cervello le regioni deputate alla focalizzazione
dell’attenzione e all’importanza degli eventi sono interconnesse a livello sia strutturale sia
funzionale.
L’attenzione è direttamente influenzata da questo processo di valutazione, dalla salienza o dagli
eventi che accadano nella nostra vita. Per orientarci nel mondo dobbiamo agire in termini di
attenzione volontaria e non volontaria e tale meccanismo di monitoraggio avviene
automaticamente e momento per momento, senza che ci accorgiamo del suo funzionamento.
Facciamo un esempio: se ripensiamo a distanza di giorni a qualcosa che ci è capitato di
recente, come una discussione con una persona cara tornano alla mente, senza neppure
accorgersene, sia gli eventi (la routine) che ci sono capitati sia la discussione con i relativi
sentimenti che l’hanno accompagnata. In questo vediamo la distinzione tra consapevolezza e
attenzione.
Siamo costantemente impegnati nell’attenzione non focalizzata (il pilota automatico che ci guida
a fare le stesse azioni tutti i giorni) ma è invece la consapevolezza e la messa a fuoco di un
evento (in questo caso la discussione con una persona cara) che ci permette di conoscere e di
dare salienza (rilevanza) a ciò che viviamo.
I sentimenti catturano la nostra attenzione, portandoci a conoscere ed a apprendere. Gli
studenti conoscono tramite i sentimenti che gli vengono trasmessi. Lo stesso termine conoscere
fa riferimento ad una qualità sentita (felt) in noi stessi.
Gli scienziati (Damasio, 2018) sottolineano che questo sentire, il conoscere passa non solo
dalla nostra mente, ma, dall’intero corpo. All’interno del cervello è difatti presente il tronco
encefalico una parte, la più antica e posta in profondità, che riceve i primi input dei segnali
corporei e che permette di elaborare le informazioni-rappresentazioni che elabora la nostra
mente. La stessa parola informazione, (a scuola si trasmettono soprattutto informazioni) diventa

centrale. In-formazione significa (Singel, 2018) svelare l’informazione che abbiamo davanti e
stabilirne” l’importanza rispetto al viaggio che ci attende”. L’informazione é un pattern, uno
schema mentale dotato di valenza simbolica che ci permette di orientarci nel mare degli stimoli
sia fisici sia mentali (oggi soprattutto virtuali) che la nostra mente percepisce. Quando siamo
consapevoli dell’informazione, possiamo riflettere sul suo significato e scegliere come
rispondervi.
Il gorilla invisibile (tratto da “Imparare, comunicare, osservare”)
Video tratto da Lancini, Cirillo, Virdis – Imparare, comunicare, osservare, Zanichelli S.p.A., 2015
https://youtu.be/Y_fMXi2z1Zs
Il gorilla invisibile. E altri modi in cui le nostre intenzioni ci ingannano, di Christopher
Chabris,Daniel Simons, ed. il Sole 24 Ore , 2019

Alessandra Ortolano: scuola senza zaino, Erasmus ed etwinning al liceo “I. Gonzaga” di Chieti

La prof.ssa Alessandra Ortolano è insegnante di filosofia e scienze umane al liceo “Isabella Gonzaga” di Chieti, dopo aver fatto per tanti anni l’esperienza di insegnamento nella scuola primaria, sempre a Chieti. Ha raccontato ad Insegnanti al microfono della sua esperienza di scuola senza zaino alla primaria dove gli spazi aperti, l’autonomia degli alunni, le occasioni libere di confronto, riflessione e manualità sono poste al centro della vita scolastica, sull’esempio del metodo Montessori.. Nulla è lasciato al caso in questa scuola: dall’arredamento al tempo, alla materialità. Tutto è condiviso.

Altra sua importante esperienza riguarda lo scambio e incontro sulla piattaforma etwinning, diventando ambasciatrice e formatrice. Fin dalla scuola primaria ha sperimentato questa opportunità di lavorare e collaborare con scuole straniere, mettendo in gioco diverse competenze. In particolare il progetto realizzato sulle fiabe e quello sul cibo, durante l’anno dell’Expo. Nella scuola superiore il progetto ‘International Peer riguarda il patrimonio culturale.

Lavorare su etwinning significa aiutare gli studenti e studentesse ad aumentare le competenze trasversali, quali l’autonomia, la collaborazione, la comunicazione, l’imparare ad imparare, il problme solving, la gestione del tempo e lavorare per obiettivi.

La dimensione internazionale è stata portata avanti anche attraverso un progetto Erasmus plus per le scuole, cioè anche con la possibilità dello scambio, sul tema della motivazione allo studio, di una sorta di lotta alla dispersione scolastica. Il capofila è una scuola di Istanbul, Turchia, e causa pandemia purtroppo non si è riusciti a completare totalmente il progetto. Gli alunni coinvolti direttamente provenivano da diverse classi, che avessero deboli e fragili motivazioni all’impegno scolastico.

La progettazione internazionale diventa un’ottima occasione per lavorare a livello interdisciplinare e collaborativo, sia come classe di studenti che come scuola.

La scuola italiana ha la grande risorsa degli insegnanti, che con passione e versatilitià lavorano bene nonostante il peso della burocrazia e della rigidità del sistema scolastico.

Domenico Bracciodieta e l’inglese con voicebooks

Il prof. Domenico, per gli amici Mimmo, Bracciodieta è un appassionato insegnante di lingua e letteratura inglese al liceo “L. Da Vinci” di Cassano delle Murgie, Bari. L’ho ascoltato ad Insegnanti al microfono per capire quando è nata la sua passione per la lingua straniera e come la trasmette ai suoi alunni. Ha scoperto il suono e la curiosità per l’inglese quando ascoltava da piccoli i suoi parenti emigrati negli Stati Uniti, come tanti italiani ai primi del ‘900, che tornando nella loro terra d’orgine in Puglia, portavano anche i suoni, le tradizioni, le usanz di un altro Paese. Così è stato quasi naturale studiare l’inglese. Da oltre 30 anni insegna nella stessa scuola superiore e con medesima passione e competenza trasmette ai suoi alunni la bellezza e l’utilità della lingua anglo-americana. Le sue leziuoni sono improntate ad un apprendimento in maniera alternativa, senza l’ossessione della valutazione. La tecnologia e la lingua inglese permettono un connubio molto felice per fare una didattica coinvolgente, attiva e attuale. Oggi il prof usa diverse metodologie, quali il Project Based Learning, il cooperative learning, i programmi in doppia lingua, la certificazione linguistica Cambridge e soprattutto il Festival di Cassano Scienza, un appuntamento annuale a Maggio, giunto alla sua settima edizione. Organizzato, preparato e condotto da studenti e docenti che insieme offrono una settimana di incontri, dibattiti dove i laboratori, tenuti dagli alunni del liceo stesso, sono il fiore all’occhiello.

La sua attenzione internazionale viene coltivata per la scuola attraverso degli accordi con importanti istituzioni, tra cui la Tate Modern Gallery e l’Imperial College di Londra, con cui realizza viaggi e percorsi formativi per gli alunni.

La sua ultima innovazione riguarda la creazione, insieme al linguista Anthony Green, di una specifica piattaforma chiamata voicebooks, che aiuta in modo particolare all’ascolto, ad identificare il suono delle parole, a riconoscerle in un contesto di vita quotidiana. Uno strumento utilissimo per migliorare l’abilità del “listening”, qui anche il canale youtube e anche un articolo su La Repubblica

Iaconianni, DS del liceo “Telesio”: l’insegnante dovrebbe essere un attore e la scuola deve formare a 360°

Ho ascoltato il Dirigente Scolastico prof. Antonio Iaconianni del liceo “Bernardino Telesio” di Cosenza per Insegnanti al microfono. Ha una esperienza molto ampia in quanto come formazione è un ingegnere e così per i primi anni di insegnanemnto è stato a Roma in un istituto tecnico e professionale, per poi passare a dirigere un liceo classico dove ha saputo portare la sua passione educativa e la sua visione di scuola che nel tempo ha incrementato il numero di studenti e di offerta formativa. Ha implementato l’indirizzo Cambridge, per la internazionalizzazione, ha poi introdotto l’indirizzo biomedico in quanto aveva colto dagli studenti e dal territorio il bisogno di formarsi in questo settore per aiutare nel percorso medico ed infermieristico.

Anche l’indirizzo di comunicazione e scrittura creativa è stato ben accolto dalle famiglie. Inoltre ha voluto proporre il percorso quadriennale, innovativo per una parte selezionata di studenti e studentesse. Quattro anni che sono possibili per due princiapli fattori: una metodologia didattica molto laboratoriale e concreta, applicata; una forte collaborazione sinergica di tutte le discipline, così da procedere in modo davvero interdisciplinare.

L’ascolto del territorio e la collaborazione con tutti gli attori lo ha spinto anche ad introdurre un indirizzo sportivo e soprattutto a iscrivere le squadre studentesche nei campionati di pallavolo, sci e calcetto, scontrandosi anche con squadre non solo amatoriali, ma diventando un ulteriore ambito di formazione e competenza. Ma un’ampia competenza, secondo Iacoianni, si può raggiungere anche con le attività di teatro, per cui organizzano rappresentazioni nel teatro Rendano di Cosenza.

Una delle sue scelte didattiche e strategiche è che non esiste la classe ma la scuola, per cui si scelgono le attività e gli indirizzi. E uno dei più apprezzati e innovativi per un liceo è quello di robotica.

Altro aspetto caratterizzante il liceo “Telesio” sono i gemellaggi con scuole all’estero e la possibilità di trascorrere alcuni giorni con coetanei e colleghi per imparare e condividere esperienze di altre scuole di altri Paesi. Questa opportunità è possibile in quanto Iaconianni ha pensato ad istituire “Gli amici del Telesio”, che sono persone o aziende interessate a sponsorizzare le attività e i progetti scolastici con un contributo economico. In questo modo a costi molto contenuti, gli studenti sono andati a Boston, USA, e in Stati europei, e stanno programmando di andare a Gibuti. Una fortuna poter allargare così ampiamente i propri orizzonti culturali.

Grazie alla sua curiosità, il Dirigente è riuscito anche a ristrutturare e riaprire al pubblico l’antica biblioteca dell’istituto, che vanta manoscritti del 1300 e diversi ancunaboli.

Dalla sua esperienza il prof. Iacoianni è convinto che la scuola italiana dovrebbe modificare in meglio il percoso di reclutamento dei docenti e anche dei dirigenti scolastici. Occorre oltre ai contenuti una profonda preparazione didattica, metodologica e umana, che potrebbe essere acquisita in parte con un anno intero di tutoraggio.

L’insegnante è come un attore: una persona in grado di attirare, incuriosire, coinvolgere gli studenti innanzitutto utilizzando in modo intelliggente e sapiente la voce, e poi i gesti, la scenografia e con l’ambiente scolastico.

Maria Grazia Lancellotti, DS al liceo “Orazio”, scuola Green e il progetto “Il Civico Giusto” della memoria

La prof.sa Maria Grazia Lancellotti, come ha raccontato ad Insegnanti al microfono, è entrata nel mondo della scuola come insegnante di Lettere e Lingua Italiana per poi diventare Dirigente Scolastica in una scuola professionale e ora al liceo Orazio di Roma. La scelta di intraprendere l’avventura di DS nasceva dal desiderio di dare l’impronta a tutta una scuola non solo ad alcune singole classi, come avviene nel ruolo di insegnante. La sua visione di scuola è quella di una “realtà piena di senso e non di cose, che serve per formare dei cittadini e delle persone adulte dando a tutti le competenze trasversali e fondamentali per crescere bene”. La scuola deve perciò essere trasversale, non a compartimenti stagni. In questo senso la nuova disciplina di Educazione Civica ha aiutato a superare alcuni steccati tra le materie proponedo un percorso multidisciplinare, aperto a tante diverse discipline e contenuti.

L’esperienza della Educazione Civica e la pandemia hanno mostrato come il cambiamento non è sempre facile nè lineare nè immediato. Occorre che i docenti sappiano e vogliano osare, ma a volte hanno paura di farlo.

Occorre mettere gli studenti al centro e costruire la persona, accettando anche di sbagliare e quindi di ricominciare.

Al liceo Orazio, tra le tante inizitive, ci sono due progetti a cui la prof.sa Lancellotti tiene particolarmente.

Innanzitutto la rete delle scuole Green, dove il liceo è capofila e tra i fondatori, nata per la convinzione che “sia una priorità educativa far conoscere gli obiettivi dell’Agenda 2030 e promuovere azioni volte allo sviluppo sostenibile e rispettoso dell’ecosistema. Tale rete ritiene la scuola il luogo che, costitutivamente, ha nelle sue finalità la promozione della corretta informazione e della cultura e la formazione di cittadine e cittadini consapevoli e responsabili. In base all’accordo, tutte le istituzioni scolastiche aderenti, si impegnano ad approfondire i temi dell’ambiente, del cambiamento climatico e dell’educazione alla sostenibilità, promuovendo progetti di educazione ambientale e buone pratiche da sperimentare nel contesto scolastico”.

L’impatto dell’uomo sull’ambiente, antropocene, chiama tutti a maggiore attenzione, conoscenza e sensibilità

Una rete che nel tempo e velocemente si è allargata a tutta Italia e coinvolge centinaia di scuole. L’impegno è quello di impegnarsi con delle azioni concrete e fattibili sul tema del rispetto dell’ambiente, dell’ecosistema, del riciclo, di attività virtusoe per lottare contro i cambiamenti climatici.

L’altro progetto molto interessante si chiama “Il civico giusto“, nasce dalla considerazione che la memoria, il ricordo di persone e fatti, non può affidarsi solo al racconto, alla narrazione, ma che ha bisogno di simboli, di luoghi.

Durante l’occupazione nazifascista, a Roma, in Italia e in Europa, le persecuzioni costrinsero alla fuga e alla clandestinità centinaia di migliaia di persone. Per molte fu una tragica fuga a breve termine, stanate come prede spaurite, furono indirizzate verso i campi di lavoro, di concentramento, di sterminio.

Ma per altre ci fu una storia diversa. Una storia di fratellanza, di amore, di solidarietà che il nostro progetto intende celebrare e onorare raccontando e ricostruendo la vicenda di quanti accolsero queste persone, a volte sconosciute, nel cuore delle loro case, offrendo loro un nascondiglio e mezzi di sostentamento, rischiando la propria vita, senza chiedere nulla. Anche per lunghi mesi.

L’obiettivo è quindi quello di “segnare e riconoscere” in maniera tangibile, quelle case che, grazie al coraggio degli abitanti, sono stato il sicuro rifugio di chi veniva braccato dai nazifascisti.

Viene affissa una targa accanto al civico con un codice QR, per cui inquadrandolo si viene informati sulla storia e la persona.

Questo progetto, supportato da esperti storici e di altre discipline, ha permesso agli studenti di imparare tante competenze sia storiche che trasversali per poter cercare, indagare e raccontare queste storie.

Dando uno sguardo alla scuola italiana, secondo la prof. Lancellotti, bisognerebbe rivedere i curricula, i programmi/percorsi formativi dando maggiore flessibilità. Ma soprattutto bisognerebbe evitare di fare cambiamenti troppo frequentemente e senza lungo respiro. Troppo spesso la politica usa la scuola senza davvero migliorarla ma facendo solo cambiamenti di facciata che servono al consenso politico immediato. La scuola ha bisogno di vere e ampie riforme da preparare e ‘digerire’ con il tempo.

Cristiana Pivetta, lingua italiana e didattica innovativa con EdMondo-Indire

Cristiana Pivetta è Formatrice e Docente di Materie Letterarie presso I.T.C.G. Giovanni Maria Angioy a Carbonia in Sardegna. L’ho incontrata su Insegnanti al microfono e ho scoperto tante attività e strumenti innovativi per la scuola. Oltre ad essere insegnante è anche autrice di innumerevoli articoli presenti in rete sull’apprendimento innovativo e ha pubblicato a ottobre 2018 il libro “In viaggio intorno al mondo” in cui racconta le esperienze virtuali e didattiche condivise con classi di tutto il mondo.

Fa parte del gruppo di lavoro dell’Innovative Design, un progetto di ricerca-azione curato dall’ANP.

Il suo approccio all’uso della tecnologia è semplice: prima il buon senso, gli obiettivi didattici e le competenze, poi l’uso dei diversi strumenti in chiave strategica e fortemente guidato da un’attenta applicazione della corretta metodologia.

Il suo approccio didattico, attuato attraverso diversi strumenti e metodi, è quello di mettere al centro lo studente in quanto risorsa e non contenitore, anche come ambiente classe. Infatti nelle sue classi non c’è la cattedra, e la disposizione dei banchi è differente dal solito impianto frontale.

L’impianto è di affidare a loro dei lavori da compiere a casa in autonomia e poi da riportare e condividere con tutti gli altri. La prof. sa Pivetta cerca di progettare con loro la strada, il percorso da fare dando fiducia, autonomia e supporto. E questo approccio così nuovo e diverso dal solito ha bisogno di tempo , sia con i colleghi che con gli studenti, che raramente sono abiutati ad essere protagonisti. Sono loro che devono essere ‘attori’, e lavorano per obiettivi e tempistica precisi e chiari.

EdMondo è una delle piattaforme più utili per mettere in pratica questo approccio attivo e molto partecipativo: un mondo virtuale da costruire secondo criteri e tempi ben precisi, assegnati dal docente.

La valutazione è diversa da quella tradizionale in quanto viene sottolineato e attenzionato soprattutto il percorso, la modalità di collaborazione e di raggiungere il traguardo.

Questo impianto didattico necessita una certa delicatezza e gradualità nell’essere applicato sia con gli studenti che con la scuola, anche se la pandemia ha di fatto richiesto a tutti i docenti uno sforzo di innovazione e di maggiore apertura e utilizzo della tecnologia.

Un ultimo esempio di questo suo impegno di successo è il terzo posto della finale provinciale del Premio Scuola Digitale, ottenuto con la classe 1B grafica, col quale il Ministero dell’Istruzione intende promuovere l’eccellenza e il valore delle scuole italiane nell’apprendimento e nell’insegnamento, incentivando l’utilizzo delle tecnologie digitali nel curricolo, secondo quanto previsto dal Piano Nazionale per la Scuola Digitale. I ragazzi si sono aggiudicati una bella stampante 3D. A seguire due immagini dell’evento:

Appassionata di scrittura creativa cura un blog www.fantascrivendo.com nel quale raccoglie i contributi realizzati insieme agli alunni durante lo svolgimento delle attività didattiche.

Ritiene che la scuola italiana abbia un corpo docenti molto competente e appassionato al suo lavoro, d’altro canto dovrebbe avere maggiore flessibilità di organizzazione.

Teresa Goffredo DS al liceo “Galilei” di Lamezia Terme: scuola digitale, legalità, rete territoriale

La prof.ssa Teresa Goffredo, come ha raccontatato ad Insegnanti al microfono, ha sempre amato il suo lavoro nella scuola, prima come insegnante di lingua e letteratura inglese e poi come Dirigente Scolastico in diverse scuole superiori della provincia di Catanzaro. Ora è DS del liceo scientifico “Galileo Galilei” di Lamezia Terme (CZ). La sua passione educativa nel ruolo di dirigente le permette di ampliare il campo di azione didattico-educativa verso e con i ragazzi adolescenti e tutte le altre figure della scuola. Il suo grande impegno è di creare e rafforzare la collaborazione tra scuola, territorio, famiglie e altri enti perchè è convinta che solo insieme, in una rete efficace, si possono raggiungere importanti e significativi risultati.

Il suo liceo è scuola capofila del Premio “scuola digitale” del Ministero dell’Istruzione, che ogni anno mette al 1° premio 1000 euro per la scuola vincitrice, il 2° un kit di robotica e il 3° un dispositivo scelto a seconda dell’utilità del momento. La giuria è costituita da un tream di personalità di diverse competenze: un rappresentate delle istituzioni locali, dell’università, un esperto di digitale. Il Premio richiede agli studenti di lavorare su diversi settori e abilità, a seconda del progetto scelto di realizzare, per formare il buon cittadino. i prodotti realizzati e quindi le permette di attuare in rete diverse iniziative a favore non solo della sua scuola ma di tutto il territorio.

Il suo stimolo costante ai docenti è quello di superare un atteggiamento ‘cattedratico’, di sola lezione frontale e di ‘riversare’ sugli studenti informazioni e conoscenza ma cercare sempre metodi e approcci che siano un’epserienza, che siano coinvolgenti, che siano stiumolanti per gli alunni. Oggi i ragazzi sono e vivono in un contesto diverso rispetto al passato e quindi anche la didattica deve adeguarsi a loro, facendoli diventare più protagonisti. Anche se non è sempre facile.

Uno dei progetti più importanti è quello della legalità. Ogni anno gli studenti del biennio vengono coinvolti a riflettere e lavorare su questa tematica così importante per il territorio e la società

Ha attuato un gemellaggio con il liceo “Berto” di Mogliano Veneto (TV) con cui hanno fatto una bellissima esperienza sul tema della legalità con un viaggio a Palermo.

Altro progetto che coinvolge gli studenti per approcci innovativi che mettano al centro lo studente e i bisogni, valorizzando gli stili di apprendimento e lo spirito d’iniziativa per affrontare in maniera efficace e coinvolgente è quello denominato “Nessuno escluso”.

Daniele Manni: imprenditorialità, creatività e premi internazionali all’ITE “Galilei-Costa” di Lecce

Ascoltare il prof. Daniele Manni a Insegnanti al microfono si apre una finestra di novità, innovazione e audacia. Ha iniziato la sua vita lavorativa come imprenditore e poi incrociando la scuola, quasi per caso, ne è stato folgorato e si è innamorato dell’insegnamento e degli studenti. Così dal 1999 ha trasferito nelle sue lezioni lo spirito imprenditoriale che lo ha contraddistinto come formazione e vita professionale. Insegna informatica ma accompagna il suo metodo didattico con una sfida, un obiettivo di classe: inventare e realizzare una impresa, diventare quindi startupper. In questo modo dalla 1^ alla 4^ hanno da lavorare su quello che hanno scelto e che gli permette di crescere, sviluppare e scoprire quelle importanti competenze trasversali, definite anche ‘soft skills’: lavorare per obiettivi, rafforzare il team building, affrontare il problem solving, il successo e il fallimento. L’approccio all’imprenditorialità ha portato tanta soddisfazione agli studenti e diversi premi alla scuola. Alcuni dei premi ricevuti sono stati: il Global Teacher Price, il Global Teacher Award, il 1° posto nel 2020 del premio europeo delle startup studentesche con l’impresa Ma basta

“La scuola. dice il prof. Manni- dovrebbe avere tre finalità: offire stimoli agli studenti, e anche ai docenti; cogliere i segnali di passione, interesse e inclinazione personale degli studenti; fornire mezzi e strumenti, allenatori e sostenitori per far crescere le ragazze e ragazzi in età scolastica”.

Secondo il prof. Manni la scuola italiana non ha nulla da cambiare nè invidiare per i contenuti che propone, dovrebbe però porre più al centro lo studente e i suoi bisogni e caratteristiche. Dovrebbe essere più stundetecentrica, cioè in grado di formare e ritagliare sulle caratteristiche del singolo alunno e alunna un percorso che possa davvero far crescere, senza avere l’angoscia per il cosiddetto programma, che spesso non fa altro che rinchiudere e soffocare creatività, competenze trasversali e innovazione.

Domingo Paola del liceo “G. Bruno” di Albenga: la didattica della matematica e il segreto per amarla.

Ho incontrato il prof. Domingo Paola, insegnante di matematica e fisica al liceo scientifico “G. Bruno” di Albenga (Savona), ad Insegnanti al microfono. E’ un docente di lungo corso con un’ampia e internazionale formazione ed esperienza: autore di libri di testo, dal 1998 al 2011 esperto esterno italiano per gli insegnamenti di matematica e di fisica, nella commissione internazionale per la preparazione e correzione delle prove di Bac nelle scuole europee, come membro della CIIM, della commissione scientifica della rivista del Centro Ricerche Didattiche Ugo Morin, “collaboratore at large” della rivista L’Eucazione Matematica, nel 2015 vincitore del premio Bruno de Finetti e dal 2011 collaboratore come esperto con l’INVALSI.

E’ diventato insegnante di matematica quando un docente universitario gli ha fatto capire quanto questa disciplina sia concreta e collegata alla cosiddetta area umanistica. Il suo impegno è fortemente orientato a far capire ai suoi studenti quanto si possa essere creativi, concreti, aperti e collaborativi anche studiando la matematica. I suoi incarichi gli hanno permesso di conoscere e confrontarsi con scuole e sistemi scolastici di altri Paesi. La scuola italiana è secondo il prof. Paola poco flessibile nella sua organizzazione. Ci sono scuole all’estero dove, ad esempio, sono gli alunni che si spostano di aula e così l’insegnante può ‘trasformare’ e adattare la ‘sua’ aula alla sua materia offrendo agli studenti che arrivano in classe tutti gli strumenti, metodi, ambienti migliori per la didattica. La nostra scuola italiana ha classi troppo numerose, non si può fare una didattica personalizzata con 32 studenti, che rischi quasi di non conoscere. Piccole classi aiuterebbero ad andare incontro molto meglio ai bisogni e alle situazioni dei singoli alunni, e calibrare su di loro gli strumenti adatti per un apprendimento di maggior qualità.

Non basta portare avanti la interdisciplinarietà, occorre una maggiore integrazione, relazione, collaborazione tra le discipline.

Non ci sono metodi perfetti nè sistemi scolastici universali. Anche il famoso metodo Singapore, non potrebbe essere replicato da noi. La nostra scuola italiana ha soprattutto negli insegnanti una forza di competenza e passione invidiabile.

Imparare la matematica è sempre un’avventura faticosa e difficile, e non ci sono segreti per il successo. Occorre secondo Paola, non cercare scorciatoie, portare avanti un impegno sistematico e costante, uno studio continuo e non demoralizzarsi di fronte agli insuccessi.

La scuola italiana dovrebbe avere più coraggio e proseguire sull’autonomia che vuol dire una maggiore capacità di adattarsi alle situazioni, ai bisogni e alle necessità degli alunni, del territorio e della storia.


Salvatore Giuliano: book in progress, Erasmusplus all’IISS Majorana

Da oltre 10 anni Dirigente Scolastico all’IISS Majorana di Brindisi, il prof. Salvatore Giuliano non si ferma mai per il bene della sua scuola. Qui puoi ascoltare l’intera intervsita su Insegnanti al microfono. Da sempre impegnato prima come insegnante e ora come dirigente, cerca sempre di favorire il miglior apprendimento dei suoi alunni, che ogni anno lo premiano con un continuo aumento di iscritti. Anche il prossimo anno 2021-22 ci saranno oltre 100 iscritti più di quelli che escono al quinto anno. Tante le sue iniziative per aiutare e sostenere i docenti in questa avventura di innovazione, non sempre facile nè immediata, ma con pazienza riesce sempre a coinvolgerli e portare miglioramenti alla scuola. L’ultimo è stato l‘accreditamento Erasmus Plus nel settore Scuola e Formazione Permanente (VET) dell’IIS Majorana per il periodo 2021-2027

Un’altra iniziativa didattica molto apprezzata è il “book in progress” cioè la formazione e creazione dei libri di testo scolastici da parte degli stessi insegnanti, con la collaborazione di alunni e famiglie. Il tutto per offrire un libro a prezzo bassissimo (circa 5 euro), più aderente ai propri studenti e più utilizzato.

Alessandra Silvestri e la didattica innovativa al liceo Gullace di Roma

Prima insegnante di matematica e fisica e poi Dirigente Scolastica. La professoressa Alessandra Silvestri, qui trovate l’intervista completa su Insegnanti al microfono, ha avuto da subito la passione per l’organizzazione e la gestione delle risorse umane. Così oggi che dirige il liceo scientifico “Gullace” di Roma, chiede ai suoi docenti di impegnarsi soprattutto nella didattica che coinvolga gli studenti, che offra loro strumenti adeguati per imparare, conoscere, crescere meglio.

E’ lei che oltre ad organizzare la gestione e il buon funzionamento della scuola, si impegna per prima a ricercare metodi e opportunità innovative e supporta tutti coloro che cercano di farlo. Recentemente ha proposto il metodo del Challenge Based Learning, una idea pensata da Apple per coinvolgere gli studenti in modo attivo attraverso la tecnologia “che usano nella vita quotidiana per risolvere i problemi del mondo reale. E’ collaborativo perché agli studenti di lavorare con coetanei, insegnanti ed esperti nelle loro comunità con lo scopo di fare le domande giusto, sviluppare una profonda conoscenza di un argomento, identificare e risolvere i problemi, agire, e condividere esperienze.”

Il suo impegno per la scuola non sempre trova la immediata collaborazione ed entusiasmo da parte degli insegnanti, ma trova sempre il modo di coinvolgerli e di superare le iniziale difficoltà o perplessità.

Orgogliosa di aver avuto insegnanti che hanno “inventato” in questo periodo di pandemia una didattica interattiva, come l’esempio del professore di arte che è andato sulla via Appia antica e in diretta ha spiegato arte e storia agli alunni a casa. Oppure un altr’altra sfida: insegnare la matematica e applicarla attraverso una particolare tecnica dell’arte.

Il suo motto è “essere ambiziosi e puntare in alto”, non per arrivismo ma per una sana prospettiva di crescita e competizione.

La didattica attiva di Sara Antiglio

Ho incontrato la prof.ssa Antiglio in occasione delle mie interviste su Insegnanti al microfono. E’ laureata in pedagogia e ha iniziato fin dalla sua frequenza alla scuola superiore delle magistrali ad appassionarsi alla scuola. Non avrebbe potutto fare scelta migliore. !! 10 anni nella scuola primaria e poi due decenni in quella secondaria di primo grado. Ha sempre cercato il modo migliore per coinvolgere i suoi alunni, perchè così avrebbe potuto trasmettere meglio il suo sapere. Ma soprattutto la riforma che ha chiesto la didattica per competenze, le ha dato l’opportunità di “lanciarsi”, insieme ad un suo collega di matematica, in una avventura di sperimentazione, innovazione didattica molto importante, utile, e divertente per lei e i suoi fortunati alunni.

La didattica per competenze è una prospettiva recente (relativamente) e che spinge gli insegnanti a lavorare in classe e con gli studenti in manierea del tutto nuova. Per questo non è così diffusa. Pur essendo ‘obbligatoria’ non è facile per chi ha lavoato decenni con l’impostazione classica della lezione frontale e le valutazioni delle conoscenze, modificare il prorpio approccio e metodo. Eppure è il futuro!!

Sara ha intuito da oltre due decenni le opportunità didattiche e pedagogiche di questa metodologia e l0ha portata da sempre tra i suoi alunni.

Attività di cooperative learning, flipped classroom, gli Episodi di Apprendimento Situato, la tecnica del jigsaw e tanto altro.

Riformare le facoltà umanistiche: una proposta americana

Ho trovato interessante l’articolo de Linkiesta che traduce una proposta di riforma del curriculum universitario statunitense, a causa della crisi delle iscrizioni alle lauree umanistiche.

L’idea originale è apparsa sul The chronicle, dove si dice che negli ultimi dieci anni le iscrizioni alle facioltà umanistiche sono drammaticamente scese. Il motivo principale è lo scarso appeal di queste discipline e la difficoltà per chi le studia di vedersi proiettato in un futuro dove questi saperi saranno applicati, se applicati, solo all’interno del mondo della scuola.

La proposta è di ‘spacchettare’ i curricula umanistici in tanti argomenti, topics, attorno ai quali le diverse discipline lavorano per rendere gli studenti capaci di comprendere le connessioni e risolvere i problemi di oggi. L’autore americano dice che “se non vogliamo che i nostri studenti imparino che la vita è fatta di discipline, non dovremmo organizzare i curricula in discipline. Se vogliamo che gli studenti vedano le connessioni storiche della vita contemporanea, non dobbiamo organizzare la letteratura moderna in scompartimenti che non fanno altro che riprodurre continuamente lo stesso schema tipico e uniforme. Se vogliamo che gli studenti abbiano un approccio umanistico all’attualità non dobbiamo ‘inserire’ gli argomenti di attualità dentro i programmi curriculari, ma dovremmo educare all’apertura mentale che le ragioni umanistiche possono darci un grande aiuto a comprendere i problemi sociali, di giustizia, ecc, quindi inserire i programmi dentro o attorno ai temi attuali.”

Mi sembra di sentire un approccio simile a quello definito delle “competenze”, dove non si vuole che gli studenti imparino solo dei saperi, delle nozioni, ma sappiano “muoversi di fronte ai problemi o alle situazioni che incontrano con competenza, abilità e conoscenza”. Noi in Europa ci siamo arrivati, almeno nelle scuole di primo e secondo grado, pur con velocità e traguardi differenti siamo sulla strada giusta. Lavorare a scuola con la “didattica per competenze” non è così scontato nè facile nè immediato. Non si improvvisa. Occorre preparazione e tempo. Ma intanto in Italia ci stiamo muovendo.

Cosa si nasconde dietro la DAD

Si continua a parlare della Didattica a Distanza. C’è chi è così stanco di farla e la trova inutile da scioperare, sottolineando che non si deve penalizzare la scuola, se il problema dei contagi non è a scuola ma prima e dopo la scuola. C’è chi la subisce passivamente come una inevitabile ‘condanna’ di questa pandemia, una inattesa situazione difficile e faticosa da gestire, soprattutto per il pesante carico tecnologico che comporta. C’è chi si è scoperto ‘innovatore’ e ‘digitalmente avanzato’, che si è lanciato a capofitto in un mondo finora poco conosciuto e apprezzato. Una svolta positiva, una boccata d’ossigeno nella tradizionale e stantia didattica in presenza uno-a-molti. C’è anche chi ha sapientemente bilanciato le tecniche tradizionali affinate e testate sul campo negli anni e le nuove proposte tecnologiche imposte dalla distanza, centellinando le novità con la tradizione. E infine chi ha semplicemente e spesso tragicamente riproposto a distanza ciò che faceva in classe.
In tutte queste situazioni, e sicuramente altre ancora non menzionate, c’è un tratto in comune: la DAD è faticosa. Sia per gli studenti che per i docenti. Soprattutto richiede tanto più tempo rispetto a prima, nella preparazione delle lezioni, nella gestione delle lezioni e infine nella valutazione dei compiti e lavori degli studenti. Spesso si sottolinea la fatica degli studenti, il disagio di stare tante ore davanti ad uno schermo. Ma è altrettanto vero che per un insegnante della scuola, dalla primaria fino all’università, l’impegno è alto. Richiede concentrazione, abilità tecnologica e digitale, strumenti, o device appropriati, tempo per ‘trasferire’ sul digitale la didattica con tempi, modi e strumenti adeguati.
La DAD ha anche dilatato a dismisura i tempi di lavoro, nel senso che è forte il rischio di non avere limiti di orario e spazio. Con il cellulare in mano e il pc nella stanza accanto è facile scivolare in un continuo contatto virale. Tra alert, notifiche e aggiornamenti, il flusso è continuo e quindi il pericolo di guardare, controllare, leggere e rispondere per non sentirsi in colpa per negligenza, è scontato.

La DAD credo stia forzando a ripensare uno degli aspetti fondamentali e sempre dibattuti della didattica: la valutazione. La distanza sta imponendo la necessità di valutare per obiettivi e competenze, con strumenti e grigle diverse da quella adottate quando si era in presenza. Occorre ripensare seriamente questi strumenti affinchè anche a distanza i nostri studenti possano crescere in competenze, abilità e sapere.

Fare l’insegnante….

Eravamo all’inizio del nuovo anno, dopo il duro e faticoso periodo primaverile del lockdown totale e la boccata d’ossigeno durante l’estate, pagata poi a caro prezzo per la diffusione del corona virus. Mi confrontavo con i ragazzi di 4^ superiore per sentire come avevano vissuto questo periodo e cosa si aspettavano. Una ragazza riferendosi ad una insegnante appena arriva da altra regione, mi sputa in faccia la sua schietta affermazione (peraltro abbastanza diffusa nella società): “ma come vi permettete voi insegnanti a lamentarvi quando avete ricevuto sempre il vostro stipendio durante questa pandemia, fate tre mesi di vacanza e lavorate solo al mattino?”. La sua rabbia era evidente sia dal tono della voce che dalla sua espressione facciale. Una provocazione a cui non ho risposto immediatamente, per non reagire troppo istintivamente e rispondere in modo sgarbato, come quando si è toccati sulle proprie convinzioni e passioni.

Ma perchè in Italia il lavoro dell’insegnante è sempre così sottovalutato?

Tanti lo criticano ma poi alla prova dei fatti…pochi lo scelgono…a tempo pieno! Ogni anno facciamo i conti con la mancanza di insegnanti, soprattuto in quelle materie di indirizzo dove il mercato del lavoro è più richiesto e remunerato. E spesso, mi sembra, sia contestato proprio da quelli che della scuola non hanno nessun interesse nè la conoscono, nè la amano.

Perchè fare l’insegnante? E’ davveo uno dei più belli mestieri? Se così bello perchè è scelto da pochi?

Innanzitutto è un lavoro, come tanti. Richiede una formazione, una competenza e un percorso universitario. Bisogna innanzitutto investire sullo studio, per diversi anni.
Poi occorre amare lo studio, essere convinti che la conoscenza, il sapere, la cultura sono un bene preziosissimo per ogni persona. Persuasi che è una ricchezza da condividere, mai tenuta per sè. Sempre aperta, trasparente e mai conclusa.
Altro aspetto importante è il fattore “u”, cioè quello umano. Non hai a che fare con robot o macchine, ma persone (delle varie età) con i loro vissuti, storie, aspettative, problematiche e doti uniche, per cui non sono un vaso rigido, universale e immobile da riempire con le proprie idee e contenuti. Non sono neanche dei ‘dipendenti’, con cui è stabilito per contratto un certo tipo di rapporto subordinato e di diverso ‘potere’. Molto di questo rapporto non è scritto, non è contrattualizzato nè tutelato dalla legge, ma solo dal buon senso e dalla ragionevolezza e buona educazione.


Occorre un pò di intuito psicologico, una manciata di senso pedagogico, un mestolo abbondante di pazienza, una smisurata voglia di rimettersi in gioco, un limite invalicabile alla propria dignità da salvaguardare sempre e ad ogni costo.

Non guasta anche possedere una certa capacità di collaborare, di coordinarsi e farsi coordinare, e non pensare che libertà di insegnamento voglia dire “libertà assoluta ed illimitata”. Si è sempre parte di un ‘corpo docente’, di una ‘comunità scolastica (che è altra cosa dalla compagine aziendale!!).

Infine penso sia importante capire ‘dove’ si fa scuola, cioè nel nostro sistema italiano ci sono diverse ‘location’: la scuola pubblica o privata, dell’obbligo o serale, dei bambini e adolescenti o giovani e adulti, di diversi indirizzi curriculari. Non sono tutte uguali e ognuna richiede alcune specifiche proprie di quel contesto.

Ma infine come ogni mestiere, lo si impara facendo, ascoltando, sbagliando e curiosando.

Certo alla mia alunna ho risposto. Le ho detto che ogni lavoro (onesto e legale) ha una sua dignità. E va rispettato, sempre!
Che giudicare la produttività di un lavoro non è cosa semplice da fare, tanto meno se basata su pregiudizi, superficialità e mancanza di criteri scientifici e obiettivi.
Che il valore di un mestiere non si giudica solo da ‘quanti soldi e cose’ produce, altrimenti il ‘mestiere’ dei genitori sarebbe il più assurdo, inutile, sorpassato (ma forse lo è in Italia, visto il pessimo indice di natalità???).
Che molto spesso nel lavoro si vede solo una parte, forse quella più appariscente e pubblica, ma ‘dietro le quinte’ c’è molto di più. Come l’iceberg, sta a galla perchè sotto c’è una massa molto più grande di quella visibile. Anche l’insegnante ‘sta a galla’ perchè prima e dopo la lezione fa molto più lavoro, impegno e fatica di quello che si vede in classe.

Ma questa è solo la mia esperienza!

DAD….una nuova sfida

Orami tutti sappiamo cosa significa l’acronimo DAD, Didatica a distanza, o DDI, DIdattica a distanza integrata, rispetto alla vecchia e tradizionale Didattica. LA pandemia del Covid-19 ha costretto le scuole di mezzo mondo a rivedere la ben consolidata e secolare didattica frontale, fatta di due luoghi, la cattedra e il banco, due strumenti, la lavagna e il libro o quaderno, di due persone, l’insegnante e lo studente. L’obietivo era di trasmettere delle conscenza, possibilmente nuove, allo studente che aveva il compito di assimilarle e ripeterle o al meglio rielaborarle.

Oggi la DAD ha costretto soprattutto gli insegnanti a stravolgere il proprio ruolo: come insegnare agli studenti…..attraverso uno schermo di computer. Sfida non facile perchè avvenuta in pochi giorni. neanche settimanem o mesi o anni. In pochi giorni tutti i docenti e gli studenti si sono dovuti reinventare un mestiere e dei ruoli ormai cristallizzati da anni.

La sfida dela DAD è la capacità dell’insegnante di rendere partecipi gli studenti al processo di apprendimento, attraverso strumenti che possano aiutare e facilitare la partecipazione, l’attenzione, la concentrazione, il dialogo, la riflessione e la rielaborazione. Ieri sentivo l’intervento del dott. Bianchi, professore a capo della task force del Ministero, durante la trasmissione Rai radio1…..che lamentava la poca formazione degli insegnanti su questa sfida.

Tutti hanno cercato di imparare da soli, con i consigli di qulache collega più aggiornato o esperto in informatica, o attraverso l’esplosione di corsi online. Ma non basta qualche giorno, nè qulache mese per cambiare un modello educativo-formativo di apprendimento radicato quasida secoli. Neanche per gli studenti è stato facile adattarsi e reinventarsi il loro nuovo ruolo.

Tutti hanno dovuto cambiare, persino i genitori. Stando a casa hanno potuto vedere con i loro occhi l’approccio alla scuola dei propri figli, come i professori gestiscono la lezione, come la classe si comporta dietro lo schermo. Alcuni hanno capito parecchie cose dei figli e del mondo della scuola, altri hanno preferito non vedere e non capire, altri hanno continuato come prima.

Allora la DAD si può riassumere in poche parole:

-saper coinvolgere, non solo con strumetni tecnici ed informatici, tutti gli alunni, non solo alcuni,

-trasmettere i contenuti in modo diverso ma altrettatno profondo, integrale, coerente

-non ripetere lo steso modello di insegnamento

-rivedere il patto educativo-formativo scuola-famiglia.

Mi ha colpito proprio ieri un twit provocatorio di Vittorio Feltri che paragonava la DAD ad un rapporto sessuale a distanza: manca in entrambi la presenza fisica, il medesimo ambiente, l’interazione di tutti i sensi, la soddisfazione completa ed integrale della relazione, la complicità reciproca, il rispetto di ognuno per ognuno.

Accettiamo la provocazione per continuare a riflettere soprattutto su come questa pandemia ha cambiato e chiede a tutti di modificare la vita scolastica e il metodo di apprendimento.